Dopo lo stop imposto dal giudice di Milano a Fabrizio Corona e il comunicato stampa diffuso da Mediaset ai mass media italiani contro l'ex re dei paparazzi, parecchi giornalisti, soprattutto i più attenti, non si sono lasciati sfuggire un curioso paradosso, celato nel testo dell'editore televisivo: Mediaset sta scrivendo di Fabrizio Corona o sta parlando dei propri storici programmi di "infotainment"?
Nel comunicato inviato alle testate giornalistiche si legge infatti: "...non ha nulla a che vedere con la verità ma nemmeno con il giornalismo, con il diritto di cronaca o con la libera manifestazione del pensiero". Sempre nel comunicato di Mediaset, si controbatte alla "reiterazione di falsità gravissime, insinuazioni e accuse prive di qualunque fondamento, menzogne che ledono la reputazione di una società quotata in Borsa e, ancora peggio, di tante persone, coinvolgendo in modo vergognoso anche le loro famiglie". "Siamo di fronte - prosegue ancora la nota sottoscritta e inviata ai mass media da Mediaset - a un metodo che normalizza l'odio e la violenza verbale, alimentando un clima di disprezzo non solo per la verità ma anche per la dignità umana. Questo non è informare. Questo non è denunciare. Questo è monetizzare e lucrare attraverso l'insulto".
Non tutti i lavoratori dei mass media italiani hanno però la memoria corta come forse ritiene il noto editore nazionale. Il "metodo" che Mediaset si trova oggi a fronteggiare da parte di Fabrizio Corona è infatti lo stesso e medesimo che la famosa televisione nazionale ha sempre applicato nel proprio operato, come ha anche ricordato il protagonista della vicenda giudiziaria e mediatica, Fabrizio Corona, ribattendo sui social network: "loro lo fanno da sempre". Ma l'ex agente dei fotografi non è l'unico ad aver evidenziato questo palese cortocircuito all'interno del testo diffuso da Cologno Monzese: ad esempio la giornalista Guia Soncini, che nel 2015 fu assalita nel cortile del proprio condominio da Luigi Pelazza, storico inviato di una delle trasmissioni più importanti dell'editore Mediaset, ovvero Le Iene. Pelazza fu condannato a due mesi di carcere, come riporta Prima Comunicazione, che furono commutati in un'ammenda di 15.000 euro, per il reato commesso. Ebbene Giuia Soncini ha ironicamente pubblicato su X i tanti passaggi paradossali del comunicato stampa dell'editore televisivo, chiosando con l'ironia che si addice a questo pazzesco cortocircuito, mediatico ma autografo, da parte della TV fondata da Silvio Berlusconi: "Il comunicato con cui Mediaset si pente di mandare in onda Le Iene. Bravi, meglio tardi che mai".
E anche il mitico Mario Adinolfi, ha sottolineato due giorni fa questa quantomeno curiosa scelta strategica dell'editore, come racconta in un'intervista circa l'importanza nazionale della vicenda, che ha concesso all'editore "alternativo" ByoBlu e che è disponibile su Youtube. Nell'intervista Adinolfi ricorda all'Italia un altro storico caso in cui tale "metodo" ovvero quello che utilizza Corona e che ha generato il comunicato stampa di Mediaset, è esattamente quello che è stato applicato dalla trasmissione televisiva ideata, fondata e tutt'ora capitanata da Davide Parenti: "quando il metoo americano è stato importato in Italia, si tentò di fare un'operazione del genere, lo si fece proprio a Mediaset, mettendo in croce un mio amico, che si chiama Fausto Brizzi ed è un regista, che venne letteralmente massacrato dai media. Salvo poi andare alla prima udienza, neanche a processo, perchè era un'udienza preliminare, ed essere assolto da tutte le accuse in istruttoria. Ma nel frattempo la sua vita era stata distrutta: era scoppiata la sua famiglia, sua moglie lo aveva lasciato, gli era stata tolta anche la firma dai suoi film, non so se ricordate, lui era il regista forse di maggior successo di quella fase. E allora il metoo eterosessuale era stato fatto deflagrare su Mediaset e poi gestito da tutto il sistema mediatico per crocefiggere e colpevolizzare Fausto Brizzi, che era innocente, qui invece ci sono degli oggettivi elementi, come dire, di una qualche colpevolezza e viene tutto silenziato, tutto reso omertoso, tutto protetto e la mia domanda è: da chi?"
Il caso a cui si riferisce Mario Adinolfi è stata una lunga campagna di accuse in TV che si è poi conclusa concretamente in un bel niente: come riporta l'Ansa del 2019 dopo le numerose "denunce", che in realtà erano accuse televisive o erano, ricalcando le stesse parole del comunicato di gennaio 2026 contro Fabrizio Corona, "falsità gravissime, insinuazioni e accuse prive di qualunque fondamento, menzogne che ledono la reputazione". Fausto Brizzi infatti fu prosciolto da tali accuse e dopo un lungo periodo riuscì a risollevarsi: oggi firma nuovamente i film che dirige ed è sposato con Silvia Salis, ex atleta nazionale e attuale sindaco di Genova, nonché nome politico di peso all'interno dell'attuale PD in vista delle elezioni politiche 2027.
Un altro caso eclatante, che vede come protagonista ancora una volta il programma di "infotainment" Mediaset, Le Iene, ma in particolare la giornalista professionista Roberta Rei, che essendo iscritta all'elenco professionisti dell'albo dei Giornalisti dovrebbe quantomeno rispettare i diritti e i doveri che regolano il mestiere e la professione di giornalista, almeno nei confronti dei propri telespettatori, è stato: il caso Siffredi.
Tre le tante, MOW ne dettaglia due a puro titolo di esempio: l'accusatrice della prima puntata e quella della penultima, non sono due perfette sconosciute come è stato narrato dal racconto TV di Roberta Rei e mandato in onda nella trasmissione televisiva ideata da Davide Parenti. Infatti le due sono concretamente legate da rapporto di parentela: sono madre e figlia e già 3 anni prima della campagna di accuse televisive del 2025, non supportate da prove, ma raccolte da Roberta Rei nei confronti di Rocco Siffredi, le due donne erano state intervistate proprio dalle telecamere di Mediaset, di cui abbiamo anche un filmato, durante la fiera erotica del 2022 a Bergamo, col solo fine di promuovere proprio il film hardcore di cui entrambe, madre e figlia, erano le assolute protagoniste. L'altro eclatante e curioso paradosso contenuto nel caso Siffredi è, come dichiara proprio una delle "accusatrici" e come ha dichiarato anche la star a luci rosse, Priscilla Salerno, al giornale locale campano Ondanews: già 7 anni fa lo stesso gruppo di accusatrici e accusatori trasmessi da Mediaset nel 2025 era protagonista di un'altra campagna mediatica di accuse a Rocco Siffredi, però mai pubblicata o andata in onda: "nel 2019 ci fu proprio l’inizio di un’inchiesta fatta da Fanpage in cui ero uno dei personaggi chiave". Fanpage, nella persona del direttore Francesco Cancellato, durante lo scorso anno non ha mai risposto, forse a causa del virus spia Paragon che gli ha bloccato il telefonino, alle numerose domande dei giornalisti di MOW: dopo 8 email inviate personalmente al direttore Cancellato e senza aver ricevuto nessuna risposta circa tali "personaggi" di una supposta inchiesta di 7 anni fa, l'assordante silenzio volontario è diventato più di una conferma.
Durante il 2025, da inizio aprile alla fine di maggio, l'editore televisivo ha prodotto, nonché venduto tramite spazi pubblicitari alle aziende inserzioniste, ben 7 puntate di "denunce" che, in realtà, non sono vere e reali denunce alle autorità e alla Procura della Repubblica Italiana, ma sono semplici accuse televisive senza alcun contraddittorio e senza un concreto riscontro circa le affermazioni delle intervistate o alcuna prova materiale e documentale a sostegno di tale tesi narrata in TV. Già in MOW avevamo ampiamente trattato il caso, poiché conosciamo personalmente numerose delle protagoniste delle accuse, così come, durante alcuni degli episodi illustrati nei due mesi di accuse TV, il magazine era presente come testimone oculare e ha infatti provveduto a pubblicare le relative prove documentali concrete, proprio per deontologia giornalistica e per rendere completa l'informazione diffusa all'opinione pubblica italiana. Il rispetto delle regole e soprattutto del proprio lettore è, in termini giornalistici e anche mediatici: tutto. Ma nel caso Siffredi dello scorso anno, c'è da stupirsi ampiamente che Le Iene e la giornalista Roberta Rei abbiano volontariamente omesso di informare i telespettatori italiani con le notizie fondamentali, tramite fonti facilmente reperibili online e con informazioni quantomeno documentate.
Infine circa il caso Siffredi è da segnalare che, come hanno notato alcuni osservatori attenti, domenica scorsa Le Iene ha ripreso la propria campagna di accuse nei confronti del divo hard e ha infatti mandato in onda le dichiarazioni personali di una ex attrice hard, Sandy Balestra, cinquantunenne elvetica che ha girato alcuni film porno in Italia ben 31 anni fa. La donna, la cui biografia merita degli approfondimenti, è una ex attrice hard ed ex politica locale con precedenti giudiziari in Canton ticino. Balestra ha citato una scena hardcore con Siffredi del 1993, senza però citare il nome dell'attore, produttore e regista italiano di intrattenimento per adulti. Inoltre, da ciò che si vede nel video di Mediaset, Balestra ha dichiarato falsamente, forse erroneamente, che su tale scena hardcore "c'è chi ci ha costruito sopra una fortuna". Per completezza d'informazione, in realtà non è quella la scena hard con lo sciacquone del water che ha reso famoso Siffredi e che è nota nel Cinema per adulti. Tale performance che è diventata famosa infatti non è quella che vede come protagonisti i due attori Siffredi e Balestra, ma in realtà tale scena eclatante è contenuta in un film sempre di quegli anni, ma interpretato da Siffredi insieme a un'altra attrice del periodo, Letizia Bisset. Così come un altro passaggio del video mandato in onda da Le Iene su Mediaset domenica 25 gennaio, suona quantomeno strano a chi è correttamente informato circa la Golden Age del cinema per adulti e i lungometraggi d'epoca: "Avevo girato il primo film solo qualche mese prima, quando per finire in pasto a trenta uomini avevo avuto bisogno di ubriacarmi", ha dichiarato in tv su Mediaset, riferendosi a 30 maschi per Sandy, masterpiece del Cinema per adulti, in cui Sandy Balestra è la star protagonista, ma che annovera nel cast non certo "trenta uomini" a cui "finire in pasto", bensì alcuni degli attori a luci rosse italiani più noti e famosi, tra cui: Francesco Malcom (pseudonimo di Francesco Miotti), originario di Bari e figlio di un autorevole sindacalista di Sinistra in Puglia, che da ragazzo pranzava a tavola con Massimo D'Alema, giusto per capirsi. E, sempre in tale importante lungometraggio in cui ha lavorato Sandy Balestra, c'è il debutto di un altra icona italiana e maschile dell'intrattenimento per adulti, nonché vero motociclista e amico di MOW: il bolognese Franco Trentalance.
Da segnalare come evidente curiosità perché, ovviamente a causa dell'anagrafica degli autori della trasmissione TV di Mediaset, nel programma TV Mediaset si fa sempre riferimento a episodi di più di 30 anni fa e di cui il telespettatore, di età millennial o della Gen Z, niente ne sa e nulla conosce. Già durante le prime puntate della campagna di accuse trasmesse da Mediaset, erano stati inseriti alcuni estratti del programma Rai anni 90 Milano-Roma, nella puntata ovviamente con Siffredi come protagonista. Il motivo di questo continuo slittamento a fatti, film e trasmissioni di 30 e passa anni fa, è forse incomprensibile ai telespettatori più giovani, ma per chi è più in età è un arcano che viene facilmente svelato: uno degli autori televisivi di Milano-Roma in quegli anni era infatti Davide Parenti, ovvero il fondatore de Le Iene, che tutt'oggi è alla guida del programma di punta trasmesso da Mediaset.
Infine un ulteriore caso, dove tale "metodo" di cui Mediaset denuncia la "reiterazione di falsità gravissime, insinuazioni e accuse prive di qualunque fondamento, menzogne che ledono la reputazione" ha pure causato un morto ammazzato: il caso in realtà vede due vittime suicide, il 64enne Roberto Zaccaria e il 24enne Daniele Visconti, coinvolti in una vicenda di "catfishing online" illustrata dalle Iene su Mediaset e finita nel mirino della Procura di Forlì. "Noi facciamo una tv che si occupa di tutti i temi, anche di cronaca, e nel farlo capita di andare oltre ciò che è editorialmente giusto", aveva dichiarato pubblicamente, come riporta l'Ansa, l'amministratore delegato di Mediaset, Pier Silvio Berlusconi. "Le Iene è un programma fatto da signori professionisti, Parenti è bravo. Ma è una questione di sensibilità personale: da editore dico che quella cosa lì non mi è piaciuta." E ci mancherebbe che all'editore fosse piaciuta la tragedia umana: il trentennale e storico programma, che vende l'informazione come se fosse solo intrattenimento commerciale, ha illustrato ai telespettatori il caso di due morti suicidi.
Ma forse è meglio rileggere cosa ha ricordato proprio il citato fondatore de Le Iene, Davide Parenti, a maggio dello scorso anno, ai lettore del periodico edito dalla sorella del proprio editore televisivo, ovvero il settimanale TV Sorrisi e Canzoni, in cui Parenti racconta quale fosse il mestiere che sognava da bambino di fare da grande: "Il giornalista. Evidentemente non ho studiato abbastanza (ride)". Game, set, match.
Quindi, al netto della cronaca venduta come intrattenimento da Le Iene, nonchè considerando cosa MOW ha visto coi propri occhi e ciò che hanno dichiarato nei giorni scorsi parecchi giornalisti italiani, tra cui i succitati Mario Adinolfi e Guia Soncini, risulta evidente l'ossimoro all'interno del comunicato stampa con cui Mediaset accusa Fabrizio Corona. Si tratta, in realtà, di un concetto proverbiale: "è il bue che dice cornuto all'asino!"