Cosa serve oggi per essere considerato un intellettuale? Un editoriale sul Corriere della sera? Un primo posto al Premio Strega? Una discussione su X (ex Twitter) con un filosofo? No. Oggi, per dire qualcosa di vero sull’identità maschile, la cultura pop, la censura, l’amore, la politica e il disagio collettivo, devi fare rap. Ma non rap da Spotify dopo aver sponsorizzato per aumentare gli stream. Insomma, devi essere Marracash. Che, spoiler: è l’unico a farlo mettendo in secondo piano tutto il resto. Lo ha dimostrato ancora una volta nel podcast Fuori dalla bolla, con Francesco Oggiano, dove in due ore ha spiegato perché siamo un paese in coma cerebrale, culturalmente anestetizzato, mentre ci intratteniamo con la pantomima delle "buone maniere" digitali e della musica senza ispirazione. "Mi sembra che stiamo ballando sul Titanic. Nessuno dice più niente. C’è un vuoto culturale enorme. Basta dire una cosa intelligente e ti rispondono che sei comunista", dice, mentre i rapper flexano collane e orologi di lusso (neanche questi non sono più provocatori per lui) e l’Italia si distrae con il Ferragnez-gate e battaglie che durano il tempo di una shitstorm. Non è solo questione di dischi o di talento. Quella di Marracash è una visione. Perché è il primo a dire, senza mezze misure, che la cultura (anche pop) ha perso la capacità di cambiare il mondo: "Chi oggi ha un impatto culturale? Una volta Vasco, Nirvana, Radiohead erano pop e influenzavano la realtà. Oggi siamo frammentati. Gli sbandati hanno perso. Siamo a casa con gli psicofarmaci". Un'immagine più vera della nostra generazione depressa, silenziata e bombardata da stimoli, non l’ha data nemmeno la psichiatria.

E se la società è in crisi, gli uomini stanno peggio. Marra non gira intorno al problema, ci entra senza timore di risultare, lui stesso, un maschio in crisi: "I giovani uomini oggi sono molto spaventati dall'empowerment femminile. Si rifugiano nel macismo anni '80, nell’uomo alfa palestrato. Mancano modelli sani di maschilità. I maschi non sono capaci di confidarsi". E scherza Oggiano: "Per parlarsi devono fare un podcast". Ha ragione. Basta scorrere Instagram per vedere un esercito di fit-influencer pieni di testosterone e vuoti di idee. Mentre il femminismo evolve, anche con delle distorsioni, gli uomini fanno soltanto retromarcia. E chi prova a mostrare vulnerabilità, a mettere in discussione il mito dell’uomo invincibile, viene guardato come un alieno: "Il successo di Persona è arrivato perché ero talmente con le spalle al muro che non potevo fare il disco dell’uomo che non deve chiedere mai. Era contro il modello maschile dominante del 2019. Nessuno ci avrebbe scommesso un euro". E invece ha fatto la storia. Ma Marra non si limita alla critica sociale. Parla anche di forma, linguaggio, verità. Il rap, secondo lui, deve essere disturbante, non solo un fattore estetico, di forma. Deve fare male, non solo suonare bene: "Il flexare non è più sovversivo: lo fanno tutti. Se fai rap all’acqua di rose, con sound hip hop ma non dici nulla, non stai facendo rap. Stai facendo pop". E di pop ce n’è fin troppo. Se poi pensate che basti un reel per esprimersi, il rapper-intellettuale vi smentisce pure lì: "Oggi qualunque cosa tu dica resta per sempre. La comunicazione è diventata tossica. Il contesto si è perso. Prima c’era la censura dall’alto, oggi ci autocensuriamo per paura del linciaggio sociale". Benvenuti, insomma, nel Truman Show dell’autocensura, dove ogni parola è potenziale crimine e ogni silenzio è pari a una condanna.

Perfino sull’amore, prendendo spunto dai Ferragnez, riesce a dire qualcosa che nessuno ha il coraggio di ammettere: "La vera truffa del caso Ferragnez non sono i panettoni, ma è aver venduto un’idea di amore perfetto che non esiste. È criminale, perché i ragazzi ci credono e poi soffrono quando si scontrano con la realtà". Così, anche sul lavoro, in un’epoca in cui il pensiero critico si misura in views, Marracash rifiuta le scorciatoie e resta fedele a un processo creativo maniacale: "Scrivo tutto prima nella mia testa. E poi nessuna canzone è mai stata buttata via. Ho due note infinite sul telefono con appunti da 10 anni. Scrivo 12 brani insieme, in parallelo per tutto il disco, perché devono parlarsi". Altro che freestyle da backstage. E per chi si chiede perché non lo si vede mai nei talk show televisivi, la risposta è da standing ovation: "Non vado da Fazio. Sono chiacchiere inutili. Ti chiedono se sei fidanzato, se tua madre è contenta. Non esce mai nulla. È come andare a trovare i parenti". Amen. Quindi no, Marracash non è solo un rapper. È un pensatore, uno che rifiuta le semplificazioni, che non ha paura di dire qualcosa a scapito di risultare antipatico, urticante, scomodo. Per questo, in un’Italia dove gli intellettuali stanno su Instagram a contare i cuoricini che i follower gli hanno messo alle loro foto, lui scrive dischi che sono trattati di sociologia. E quando è fuori dallo studio, fa l’unica cosa che oggi vale davvero la pena fare: pensa. E pensare, attualmente, è il gesto più eversivo di tutti.
