Stavo rientrando a Milano in treno quando mi è arrivato il disco. Metto le cuffie, parte il primo pezzo e capisco subito: al mio viaggio se n'è aggiunto un altro. Non Guardare Giù, il nuovo album di Tredici Pietro, è un percorso in tredici fermate, ognuna con un paesaggio sonoro diverso. Un viaggio tra generi e stati d’animo, all’insegna di una sperimentazione totale. L’intento è chiaro già dal primo pezzo. Non Guardare Giù si apre con un Mi♭ ripetuto e un reese bass, su un’armonia maggiore che disegna un’atmosfera quasi speranzosa. Ma dura poco. Con l’arrivo della strofa, tutto si fa cupo: entra un synth brass che suona Do–Do♯, segnando un cambio di modo tagliente, mentre la batteria trap ci trascina giù. Sembra proprio che giù ci stiamo finendo, davvero. Per fortuna poi si risale, e si passa al secondo pezzo, che resta nella trap “sperimentale”. In Morire si avvertono echi chiari di Monaco di Bad Bunny: gli archi e il modo in cui vengono utilizzati ne ricordano l'impronta, mentre la scelta di campionare un pezzo classico come La Passacaglia della Vita aggiunge un livello ulteriore, interessante e perfettamente coerente con il viaggio interiore ed esistenziale che Pietro costruisce lungo tutto il disco. Il ritornello è tra i più interessanti dell’album, e il testo del brano è pienamente nell’immaginario trap. Che Milano sia “veramente la città dei cattivi” è un riferimento preciso.

Il terzo pezzo, Emirates, si apre con una chitarra acustica che segna un’altra fermata: un brano delicato, in cui l’acustico domina ma non esclude l’elettronica. Da lì si arriva a Tempesta, forse uno dei momenti più riusciti del disco. La drum’n’bass si fonde ai ritornelli malinconici degli Psicologi, dentro un immaginario indie che non suona mai forzato. Questa attenzione alla drum’n’bass — rielaborata e intrecciata con linguaggi contemporanei — segue una direzione che sta prendendo piede non solo qui, ma in tutta Europa e Pietro ci si muove dentro con naturalezza. Proprio quando ci si abitua a quell’atmosfera, si cambia di nuovo. Sempre tardi è un boom bap moderno, un conscious rap in cui continua a raccontarsi. Una drum simile torna anche in La verità, ma stavolta siamo nell’indie. Lo si sente nel ponte e nel ritornello, dove le chitarre sono in primo piano e abbiamo uno switch con la batteria acustica. È un altro esempio di quanto Non Guardare Giù sia un lavoro autentico di fusione di generi. La prossima tappa è Galleggiare, che apre la fermata del rock italiano. Lo si percepisce nelle linee melodiche — basti pensare al ritornello e a quel “spettacolare”, nelle chitarre e nell’uso dei cori. Tutto richiama un’estetica precisa, rielaborata con suoni moderni e filtrata dallo sguardo di Pietro. Anche gli ultimi brani si inseriscono nella direzione tracciata dal disco: una sperimentazione continua tra i principali generi contemporanei. Tredici Pietro si muove tra trap, indie, pop, R&B, rock italiano e drum’n’bass con una naturalezza rara.
Non Guardare Giù è anche — e forse soprattutto — un viaggio emotivo nei dubbi, le paure, le incertezze di un’intera generazione. Pietro non li racconta dall’esterno, li vive. E per questo riesce a restituirli in modo autentico, diretto, umano. È un disco riuscito, tanto che, quando ho finito di scriverne, ho aperto il comunicato stampa e mi sono spaventato: c'erano scritte le stesse cose. Un esempio concreto di come anche un progetto eterogeneo negli sfondi sonori possa mantenere coerenza, grazie al filo conduttore della sperimentazione e del songwriting dell'artista.
