Verdone c'è ma non vorrebbe. È caos a Venezia per l'appello firmato dal collettivo Venice For Palestine: soprattutto perché stanno facendo più rumore i contrari dei favorevoli.
In un primo momento infatti, il movimento pro Pal creatosi in occasione della Mostra del Cinema ha fatto parlare di sé per l'appello contro la presenza di Gal Gadot e Gerard Butler, poi conclusosi con i due attori che hanno rinunciato alla loro partecipazione. Da lì è partito l'inevitabile dibattito sulla censura e, adesso, la dissociazione. In un'intervista al Corriere della Sera infatti, Carlo Verdone ha messo una pietra tombale sul movimento: si è sentito messo in mezzo e sembrerebbe che anche Toni Servillo sia pentito. Intanto Paolo Sorrentino aveva già preso le distanze, parlando di firme sull'onda dell'emotività al Fatto Quotidiano, mentre la conduttrice Emanuela Fanelli aveva dichiarato che non avrebbe usato il palco della Biennale per parlare di Gaza ma, invece, avrebbe partecipato da privata cittadina alla manifestazione.

Se però Sorrentino non ha mai firmato, Carlo Verdone ha invece aderito: salvo poi pentirsene quando si è reso conto degli sviluppi. Non solo: Verdone fa anche un altro nome di peso che, come lui, rimpiange di aver apposto nome e cognome su quell'appello, niente di meno che Toni Servillo.
L'attore e regista romano ha raccontato di essere stato chiamato da Silvia Scola, la figlia di Ettore Scola, che gli ha chiesto se avesse voluto firmare un appello contro quello che sta accadendo a Gaza, manifestando a una platea ampia la sensibilità del cinema, che non è chiuso nell’indifferenza rispetto a quanto sta succedendo in Palestina. Su quell'appello però, non c'era alcun nome da mettere all'indice: “Gli attori non possono diventare il tribunale dell’Inquisizione. Un festival è un tavolo di confronto, di tolleranza e di libertà. Questo invece significa censurare. Poi certo non si possono chiudere gli occhi su ciò che sta accadendo a Gaza”. Verdone ricorda che anche il regista Roberto Andò ha espresso perplessità in merito.
Superficialità da parte sua a firmare, ma “sai come vanno queste cose, ti dicono ha già firmato questo e quello, ma, ripeto, Gadot e Butler non c’erano sotto quello che ho sottoscritto”. Inoltre: “Quei due non sono gente che tira le bombe, sono attori come me”.
Insomma: aveva ragione Paolo Sorrentino quando parlava di emotività in questo genere di appelli.
Ma da dove parte questo pasticciaccio der Lido? Chi l'ha promosso e cosa c'è scritto in questo appello? Si tratta di una lettera inviata alla Biennale il 22 agosto, firmata da 1500 nomi tra attori, registi, professionisti dell'audiovisivo, riuniti sotto il nome di un collettivo, appunto Venice 4 Palestine. Nel testo si chiede di aprire un “varco di consapevolezza” sulla Palestina, per evitare un altro evento indifferente, o comunque, tiepido rispetto al genocidicio in corso: “Chiediamo alla Biennale, alla Mostra, alle Giornate degli Autori e alla Settimana della Critica di prendere una posizione netta e sostenere queste istanze”. “Rivendichiamo -si legge nel testo- la necessità di spazi e modalità di narrazione per la Palestina rivolgendoci a tuttә coloro che possono e vogliono spostare qualcosa a qualsiasi livello. A Venezia tutti i riflettori saranno puntati sul mondo del cinema, abbiamo tuttә il dovere di far conoscere le storie e le voci di chi viene massacratә anche con la complice indifferenza occidentale”. “Esortiamo -si legge ancora- tutti i settori della cultura e dell’informazione a utilizzare, in occasione della Mostra, la propria immagine e i propri mezzi per creare un sottofondo costante di parole e di iniziative: che non venga mai meno la voce della verità sulla pulizia etnica, sull’apartheid, sull’occupazione illegale dei territori palestinesi, sul colonialismo e su tutti i crimini contro l’umanità commessi da Israele per decenni e non solo dal 7 ottobre”. Per poi concludere: “Facciamo in modo che questa mostra abbia un senso e che non si trasformi in una triste e vacua vetrina”.
Da queste premesse, quelle che ha firmato Verdone, si è poi passati ad una seconda comunicazione, arrivata il 24 agosto: “Chiediamo che venga ritirato l’invito alla Mostra a Gerard Butler, Gal Gadot e a qualunque artista e celebrità che sostenga pubblicamente e attivamente il genocidio. E che quello spazio venga invece messo a disposizione di una nostra delegazione che sfili sul tappeto rosso con la bandiera palestinese”.
Da qui, tra una schwa e l'altra, è partita la polemica: così diventa censura, non è giusto escludere due attori che non hanno alcun ruolo nelle azioni di Netanyahu, il cinema deve accogliere, chi parlerà di Gaza e chi no.

Tra le voci scettiche che si alzano, resiste convintamente Claudio Santamaria: “Anch’io ho dei dubbi, ma è difficile accettare nel dialogo democratico chi supporta un genocidio”, ha dichiarato ad Avvenire. “Non si tratta -ha aggiunto- di discriminazioni razziali o di provenienza, ma dell’opportunità di invitare chi ha sostenuto in modo diretto o ambiguo le azioni dell’esercito israeliano. È sostegno a un genocidio”. Impegnato anche nell'iniziativa della Global Sumud Flotilla, la più grande flottiglia civile e pacifica mai organizzata per portare aiuti a Gaza, l'attore sarà presente alla manifestazione pro Palestina di sabato 30 agosto: “Spero venga permesso sfilare pacificamente vicino al Palazzo del Cinema. È un’occasione per mostrare, anche ai governi, che la società civile è presente. Dobbiamo usare questi spazi in modo utile”.
Chi c'è e chi non c'è, chi c'è ma si è pentito: è iniziata la conta. Risultato? Anche stavolta, anziché puntare davvero i riflettori su una questione così delicata, ci si accapiglia per la firma a un appello dal valore simbolico. Valore che, con il tipo di dibattito che poi ne è seguito, è stato persino depotenziato. Cioè, se prima era simbolico, adesso sembra che non conti davvero più niente.
