Che succede quando i nostri principi si scontrano con la realtà? Quando la convinzione di ciò che è giusto va contro la nostra famiglia, i nostri affetti?
È su questo interrogativo che ruota Hostage, il thriller politico di Netflix diretto da Matt Charman. Due donne di potere, due Paesi diversi devono collaborare per salvare un gruppo di ostaggi: mentre la politica è sempre più polarizzata e avida, i media senza etica, la serie prova a cavalcare i temi dell'attualità come la crisi sanitaria, la militarizzazione, l'avanzata delle destre. Senza affondare mai davvero il colpo.
Abigail Dalton è la prima ministra inglese: eletta da otto mesi, ha basato la sua campagna sull'abbassamento delle spese militari da destinare alla sanità. Il Paese infatti, sta affrontando una grave crisi e mancano i farmaci, tanto che la Dalton si trova a chiedere l'aiuto della presidente francese, Vivienne Toussaint. Invitata per un summit a Londra, la Touissaint accetta, a patto però di poter schierare il suo esercito a Dover per contrastare l'immigrazione clandestina: accordo inaccetabile per la Dalton, la Gran Bretagna è uno Stato sovrano.
Durante il loro incontro, un gruppo dottori di Medici Senza Frontiere viene rapito nella Guyana Francese: tra loro c'è il Alex Anderson, il marito della Dalton. Poco dopo i rapitori registrano un video: o le sue dimissioni, o la morte degli ostaggi. Da qui si innesca la narrazione dei cinque episodi che, uno dopo l'altro, scivolano in una rete di ricatti e pressioni.
È qui che si instilla anche la riflessione che percorre l'intera storia: prevale ciò che è giusto oppure le persone che amiamo? Con i terroristi non si tratta, tuttavia lì c'è il marito della Dalton: mentre la donna cerca di tenere fede alla sua idea di giustizia, una concezione alta che non scende a compromessi, il suo sistema valoriale viene rimesso in discussione: cominciando dal padre e dalla figlia, che le rimproverano di stare lasciando morire Alex. Tutto mentre i cittadini protestano perché il Sistema Sanitario è al collasso, gli avversari politici attaccano, l'esercito si ribella.

Due donne a capo di un Paese, una liberale l'altra vicina alla destra più estrema, con l'intenzione di rappresentare due visioni del mondo e della politica opposte: un dualismo molto semplicistico, tra l'idealismo e la spregiudicatezza. Un dualismo ben esemplificato a partire dall'aspetto delle donne: una mora e l'altra bionda, come due veline qualsiasi. La bionda inoltre, questa Marine Le Pen in versione Netflix, giusto per consolidare un cliché, è quella che viene beccata in una relazione clandestina con il giovane figlio del compagno e, a sua volta, rischia la rovina. Per entrambe, il conflitto è tra la famiglia e il ruolo che ricoprono: per quanto diverse, per quanto opposte, per quanto donne di potere, nessuna sfugge al ricatto emotivo.
Hostage, tra i vari temi, infila inoltre la difficoltà di una donna di farsi valere in un mondo di uomini. Che è esattamente il problema della serie: non ci mostra mai Anderson e Touissant come due donne che incarnano il potere, due capi di Stato che hanno a loro volta strumenti di intimidazione e coercizione. Davvero, ad esempio, la presidente francese che riceve un messaggio ricattatorio, con tutti i servizi e i professionisti che potrebbe avere a sua disposizione, si lascia intimorire perché non sa da dove arriva? O la leader britannica, in un momento tanto critico, non ha un servizio di sicurezza che la segue? Davvero può tornare a casa e trovare i terroristi che si sono introdotti dentro come fosse un'abitazione qualsiasi, senza nessuno che la sorvegli? In Hostage si: perché il potere di Anderson e Touissant è un ruolo, un enunciato, più che una realtà fattuale che si esprime in possibilità e azioni. Se lo fosse, la scrittura sarebbe dovuta andare in profondità, magari indagando lati oscuri delle loro personalità: invece, in questo modo, rimane tutto in superficie.
Paradossalmente, il messaggio femminista della serie, viene azzoppato proprio dall'assenza di femminismo: le due donne diverse che collaborano, le due donne che lottano contro il sistema che le vuole rovinare, alla fine non sono nemmeno delle presidenti vere.
