Ci sono censure che non vorremmo mai raccontare. Ci sono quelle che si possono discutere, altre che si possono persino appoggiare, con tutte le criticità del caso. E poi ce n'è una che supera tutte: quella che trasforma un gesto simbolico fatto su un palcoscenico in un caso di polizia. Perché quando, alla fine di un concerto, la risposta dello Stato non è un comunicato o una multa, ma agenti che fanno interrogatori e perquisizioni in albergo, arrivando persino a sequestrare passaporti, significa che il problema non è più quello che è stato detto, ma diventa il diritto di espressione stesso di dirlo. E considerando che i Massive Attack hanno solo raccolto un coro che intonava “Free Palestine”, il gesto si fa ancora più grave e violento.
Questo è accaduto alla band dopo il concerto di Singapore. Robert Del Naja e Grant Marshall avrebbero mostrato sul palco una bandiera palestinese, facendo partire un coro, appunto: “Free Palestine”. Da quel momento la musica sarebbe stata spazzata via dalle procedure di sicurezza: interrogatori, controlli, indagini e infine il divieto permanente di rientrare nel Paese. I Massive Attack, da famosa band musicale di tutto rispetto, sono diventati criminali pericolosi da fermare.
Non si tratta solo di censura, perché qui il punto è ancora più radicale. Non siamo davanti a un'opinione vietata: siamo davanti all'utilizzo dell'apparato dello Stato per trasformare un'espressione politica in un potenziale problema di ordine pubblico. Vale la pena ricordare che Singapore non è una democrazia liberale sul modello europeo. La città-Stato, governata da decenni dallo stesso partito, ha costruito il proprio successo economico anche su un controllo rigoroso dello spazio pubblico. Le manifestazioni sono fortemente regolamentate, la libertà di espressione incontra limiti ben più stringenti rispetto agli standard occidentali e le autorità rivendicano apertamente un principio: la stabilità sociale viene prima della libertà individuale. È dentro questo quadro che va letta la vicenda dei Massive Attack.
Ma il cortocircuito è proprio qui, perché ci chiediamo: fino a che punto la tutela della convivenza può giustificare l'intervento della polizia contro un gesto simbolico compiuto durante un concerto? Esiste una differenza enorme tra impedire un incitamento diretto alla violenza e reprimere un simbolo politico. Se lo Stato tratta entrambe le situazioni con gli stessi strumenti, il rischio è evidente: il messaggio che passa è che qualunque posizione pubblica su temi internazionali possa essere percepita come una minaccia. Quella dei Massive Attack era tutto fuorché una posizione violenta. Se avessero inneggiato il coro: “Viva la pace” avrebbe avuto lo stesso valore simbolico. Ma dire “viva la pace” è una frase neutrale e innocua, che non dà davvero fastidio a nessuno perché non individua un vero e proprio carnefice. Dire “Palestina libera”, invece, è un modo di dare voce alla presa di coscienza che si sintetizza in un’unica, brutale parola: genocidio. La censura più sofisticata non è quella che ti arresta per ciò che dici, ma quella che convince tutti gli altri a non parlare più. Se sai che una bandiera palestinese può significare tutto ciò che è accaduto l’altra sera ai Massive Attack, la prossima volta non servirà nemmeno vietarla: l’autocensura sorgerà di default.
C'è poi un altro elemento che rende questa vicenda particolarmente significativa. I Massive Attack non sono nuovi a prese di posizione politiche. Da decenni costruiscono la propria identità artistica intrecciando musica, attivismo e diritti umani. Si può essere d'accordo o meno con le loro posizioni sulla Palestina, si può contestarne il linguaggio, ma quando uno Stato sceglie la strada delle perquisizioni e dei divieti permanenti, rischia di ottenere l'effetto opposto rispetto a quello desiderato. Un gesto che sarebbe rimasto confinato al finale di un concerto diventa automaticamente un caso internazionale. Inevitabilmente fa più rumore, perché la bandiera palestinese che volevi togliere dalla scena finisce sulle prime pagine di tutto il mondo. Se questa orribile censura può servire a qualcosa? Sì, capire qual è la parte giusta. Quella che, pur non essendo neanche lontanamente violenta o pericolosa, scomoda i potenti che mettono in moto le forze dell’ordine.
Se oggi basta esporre una bandiera palestinese, riconosciuta dalla maggior parte degli Stati del mondo, perché intervenga la polizia, quale sarà il prossimo simbolo considerato troppo pericoloso per essere mostrato? E soprattutto: quando gli artisti iniziano a chiedersi non più cosa vogliono dire, ma cosa rischiano dicendo qualcosa, la censura ha già vinto. Anche senza bisogno di vietare una sola parola. Ci auguriamo che i Massive Attack non si lascino zittire da questo ingiusto e surreale trattamento ricevuto, in nome dell’arte che è prima di tutto libertà d’espressione, soprattutto se non lede nessuno. E l’augurio rimane lo stesso per tutti gli altri artisti, che questo precedente non faccia prevalere in loro la paura di esprimere un’ingiustizia. Perché se perde la voce chi la cultura la fa, rimarremo schiavi del silenzio che ci impone qualcun altro.