Ci è rimasto giusto il passato: ci è rimasto Dino Zoff. Alla vigilia della cerimonia d'apertura della World Cup 2026, a vent’anni dal Mondiale in cui il cielo era azzurro sopra Berlino, non solo siamo invecchiati, ma non siamo nemmeno ai Mondiali. E allora, per consolarci, non rimane che ricordare il passato: con Dino Zoff-Volevo solo fare bene il mio lavoro, docufiction in onda su Rai 1 mercoledì 10 giugno in prima serata. Appena in tempo per non dimenticarci che quando c’erano loro, quelli sì che erano tempi: gli anni dell’urlo di Tardelli nell’ 82, protagonista nel documentario insieme a Bruno Conti, quando il calcio trovava fondamento in un’idea di lealtà e spirito di squadra. Lo raccontano le parole dell’allenatore Enzo Bearzot e del compagno di squadra Gaetano Scirea, entrambi anima e incarnazione del glorioso calcio italiano dell’epoca.
Così, mentre ci lecchiamo le ferite per la terza qualificazione mancata di fila, pensiamo al passato. Perché quella che fu una notizia scioccante nel 2018, per i Mondiali di Russia, nel frattempo si è trasformata in consuetudine nelle tornate successive: e così, è dal 2014 che la maglia azzurra non scende in campo. La Rai che pure ha acquistato i diritti per trasmettere gli incontri principali dell’evento, non potrà contare sul seguito della nostra Nazionale.
Ci resta la memoria storica delle “notti magiche” per chi c’era, che poi sono gli stessi che guardano una Rai 1 spenta in una sera di giugno
La docufiction ripercorre la storia di Dino Zoff, il portiere per antonomasia: quello che ha fatto la storia del calcio, campione d’Europa nel ’68 e del mondo nell’82, poi allenatore lui stesso per due anni della Nazionale, dal ’98 al 2000. Un giocatore simbolo della Juventus, evocato dal passato come esempio di integrità sportiva e non solo: un modello per le generazioni a seguire, che poi sembrerebbero aver smesso di gettare cuore oltre l’ostacolo.
Tutto parte da La leva calcistica della classe ’68, le cui parole diventano il filo conduttore della narrazione, a partire proprio dall’incontro di Zoff con Francesco De Gregori all’Auditorium si Roma. Il regista Giovanni Filippetto ha incontrato ex compagni, giornalisti, scrittori, amici per raccontare un uomo che, nella sua compostezza, è riuscito a farsi ascoltare senza mai alzare la voce. “Non c’è retorica – assicura Filippetto – in questa storia. Non c’è nostalgia forzata. C’è piuttosto il desiderio di fermare il tempo, di attraversarlo al contrario per scoprire cosa resta davvero. E quello che resta - alla fine del viaggio - è l’eleganza della compostezza, la forza tranquilla dell’essere sé stessi, sempre”.
Per "fermare il tempo” dunque, ecco campioni come Michel Platini, Josè Altafini, Bruno Conti, Fabio Capello, Marco Tardelli, Alessandro Del Piero a raccontare Zoff e lo sport più amato del mondo. Poi ci sono i luoghi, che raccontano la stessa vita: le radici di Mariano del Friuli, il paese natale, Napoli e Torino.
L'escamotage narrativo della docufiction di Rai 1 è la storia cioè di Luca, Javier Leoni, un ragazzo di tredici anni che gioca in porta e si sente in crisi: per aiutarlo, il suo allenatore, interpretato da Marco Bocci, gli racconta la storia di Dino Zoff, del portiere ma anche dell’uomo. È così che l'allenatore gli farà incontrare Zoff in persona, regalandogli un momento che vale una vita e l'opportunità di seguire i suoi consigli.
Una favola moderna insomma, l'unica che ci rimane mentre guardiamo gli altri Paesi partecipare alla festa del Mondiale: a noi intanto, è dal 2018 anni che non arriva nemmeno l'invito.