Gianni Miraglia, sulle nostre pagine, parte a razzo, perfetto: “ll vero fascismo non è Pucci. È la risata. La risata del pubblico, perché Pucci non fa ridere. […] Risate di Pavlov di un’epoca in cui la cultura meme ci sta mutando in esseri incapaci di concentrarci per oltre tre secondi, e quindi intrattenimento algoritmico: della serie rido perché ridono tutti. Battute a prova di ingenuo che si sente acuto e intelligente perché presume di essere scorretto: il cattivista che si antepone al buonismo”. Che vuoi dire a Miraglia, se non che ha ragione? Aggiunge poi: “Questa è l’epoca del grande rito collettivo della rassicurazione. Persone che non escono mai di casa, se non per eventi già approvati dal loro sistema nervoso”. Arridaje! Perfetto. E allora parto da qui, planando sull’ampio e sempre scivoloso parcheggio (per nulla protetto!) della comicità. La comicità in tv, in questo caso. In prima serata. E per giunta al Festival di Sanremo. Andrea Pucci (feroci critiche e dietrofront inclusi) in questi giorni va visto così, in questo contesto. Il “fascista/non fascista” mi appassiona fino a lì. Soprattutto, mi appassiona poco – molto poco – questo ravanare nel curriculum pubblico di una figura altrettanto pubblica – e si badi, tutti sono sui social, da anni, con mazzi di battute e dichiarazioni in gran parte inutili ed evitabili, ma tant’è – all’affannosa ricerca di quell’incidente, quella prova che renda ineleggibile il soggetto in questione. Nel 2020, Sanremo gestione Amadeus, toccò a Junior Cally. Gli inquisitori, quella volta – e sia chiaro, non senza qualche ragione –, costituivano una fazione quasi opposta, per credo politico e lamentazioni pedagogiche, a quella che si è sollevata contro Pucci.
Pucci, però, a differenza di Junior Cally, fa marcia indietro. Lui, al Festival, non ci sarà. E se credo, da libertario ai limiti del masochismo quale mi ritengo, che l’esercizio della democrazia in questa circostanza sia uscito sconfitto, ritengo anche che la comicità di Pucci più che fascista sia di una banalità quasi offensiva. Nessun politicamente scorretto. C’entra nulla, qui, il politicamente scorretto. Ciò che propone Pucci è quanto di più vecchio e stantio la nostra comicità “spendibile in un teatro o in tv” oggi possa offrire. E il problema non è che questa comicità esista, ma che in Italia, nel 2026, sia largamente popolare.
Ribadisco la premessa libertaria: per me anche Roy “Chubby” Brown aveva diritto di fare i suoi spettacoli. Non lo cito, a caso, il molesto e occhialuto saltimbanco. Lo cito perché i Pucci ci sono anche altrove. E preparatevi e rasserenatevi, ci saranno sempre. Perché ogni fetta di pubblico ha i propri comici. Il problema, semmai, è che in Italia gente come Pio e Amedeo o, appunto, Pucci, abbia un successo così ampio. Gente a cui affiderei, ciecamente e senza alcuna riserva, una parte del pubblico italiano. Una parte, mica metà o anche più. Una comicità vecchia perché “osserva” (Pucci si inscrive nell’affollatissimo novero dei comici dell’osservazione) qualcosa che in buona parte non esiste più. Davvero viviamo ancora in una società in cui la sfruttatissima figura della vecchia suocera costituisce l’ago della bilancia su cui si regge l’equilibrio della coppia? E se anche questo fosse vero, l’obiettivo della battuta – dopo un secolo di gag a tema – non dovrebbe piuttosto essere, adesso, la coppia di adulti che non riesce a disinnescare la suocera-bomba? Davvero se a Napoli qualcuno viene a prelevarti in stazione, ti offre un passaggio su una Smart e ti carica le valigie all’esterno del veicolo legandole all’auto alla bell’è meglio? Davvero le donne di oggi parlano sempre come una Marilyn Monroe che ha inalato elio? Si tratta di risate pigre, prevedibili, spesso contrappuntate da quel modernissimo intercalare (“ca**o” o “fi*a”) che ha lo scopo di nobilitare battute in cui lui, quel modernissimo intercalare, è il turbo necessario per innescare l'entusiasmo. Togliete “ca**o” e “fi*a” a Pucci e si ride (se si ride) di meno. Ma soprattutto: perché il pubblico di Pucci frequenta meno di prima i bar? Ogni bar popolare che si rispetti, in orario da aperitivo, offre almeno un paio di Pucci pronto uso. Perché spendere una cinquantina di euro più parcheggio per andarsi ad ascoltare ciò che i suddetti tizi del bar potrebbero offrirti gratuitamente? Questo, forse, è il problema. Perché se a Pucci dite di creare un pezzo in cui deve smontare, passo per passo, una recensione negativa di un suo show, lui ci va a nozze. Inquadra il solito benpensante (secondo lui sempre e solo di sinistra) che sta dall’altra parte (una parte, per lui, inutilmente critica) e poi spara, con le armi che ha. Si sfoga, di stereotipo in stereotipo. Provate invece a sfidarlo. A dirgli di fare un pezzo in cui attacca uno scrittore “reo” di aver pubblicato una recensione a cinque stelle di un suo spettacolo. Pucci sarebbe completamente perso; Stewart Lee ci sguazzerebbe, invece. Lee è stato capace di attaccare Alan Bennett per una recensione a cinque stelle, il massimo dei voti. Ci ha costruito un pezzo anche lungo, e quindi? Quindi non vuol dire che tutti devono fare la stessa comicità, per carità. Ma che in luoghi dove il mercato della comicità è più sviluppato, i comici sono più sintonizzati con il nuovo secolo… Là, dove i Conservatori comunque esistono e idee politiche alla Pucci non sono merce rara… Ebbene là, in Gran Bretagna, il grande pubblico (un pubblico da Sanremo, volendo) si affida comunque a un Michael McIntyre, che è “safe” quanto volete ma a interpretare il nuovo mondo, seppure superficialmente, ci prova. Un gusto più aggressivo – non parlo di “politicamente scorretto” perché si tratta di un’espressione troppo abusata in campo comedy – risponde alla truppa di “Mock the week” (Frankie Boyle, il personaggio più sfrontato e controverso, ma non è il solo). E se qualcuno volesse proprio un Pucci? Faticherebbe di più, ma lo troverebbe, non temete. Cerchi un Pucci, là, e rischi di trovarti davanti il "pub landlord", Al Murray. Il personaggio fittizio che Murray ha creato - il pub landlord, appunto; sciovinista, nazionalista, old-school - è la creazione di un comico che, fra le altre cose, vanta una laurea in Storia a Oxford.
E questo, per tornare a Miraglia, la dice lunga non tanto sul supposto fascismo di Andrea Pucci, ma sul senso dell'umorismo, una sorta di app da anni non aggiornata, di buona parte degli italiani nell'anno 2026. Paolo Cevoli, che di sinistra non è, più di vent'anni fa inventò l’assessore Palmiro Cangini. Conta poco il fatto che, per quella maschera, si fosse ispirato a suo padre. Ciò che conta è che Palmiro Cangini è stata un’invenzione geniale. La prima volta che si presentò a “Zelig” la gente non sapeva esattamente quando ridere, era spiazzata. Pucci, o Luciana Littizzetto a sinistra, non hanno mai spiazzato nessuno e piacciono, a tanti, per quello. Le risate che suscitano sono un censimento. Il vecchio voto ideologico. Pucci, il bulletto alfa che fa il grosso coi piccini. Littizzetto, la monella che finge di infastidire il potere.
Osserva correttamente Andrea Scanzi: “Senz’altro sbaglio io e sbagliamo noi. (Pucci) è uno che riempie da decenni teatri e talvolta pure palazzetti. Quindi qualche dote ce l’avrà. Tecnicamente sa stare sul palco, il mestiere ce l’ha e sa vendere benissimo la sua smisurata banalità al suo pubblico. E mi è molto spiaciuto quando, mesi fa, in tanti hanno ironizzato sui suoi problemi di salute. Cosa ca**o ironizzate o maledite? Non c’era nulla su cui ironizzare. Buona fortuna e buona salute a Pucci, e ci mancherebbe”.
Mi sarebbe piaciuto vederlo a Sanremo, Pucci. Per verificare un paio di cose: il livello di patetica suscettibilità di coloro che non lo apprezzano, gente sempre più disabituata a tollerare ciò che non li coccola. Ma anche lo stato dell’arte della nostra comicità mainstream. Uno stato, credo, abbastanza preoccupante.