Il tennis è lo sport dello stile, da Stan Smith al bianco di Wimbledon. Serena Williams, per dire la più celebre, è diventata un’icona. Ci sono outfit rivedibili (anche del nostro Jannik Sinner) e dettagli che fanno la differenza. Roger Federer e la fascia per capelli ha fatto scuola. Anche Rafa Nadal l’ha indossata fin dai primi match, pure nella versione più sottile. Anche il ping pong, un tennis in miniatura, con Marty Supreme è diventato campo di prova per la moda. La complicità è di Timothée Chalamet, una stella che si presta benissimo (come nessuno probabilmente) alla coincidenza di fashion e cinema. Il film di Josh Safdie ha orchestrato una campagna promozionale ambiziosa, incentrata sull’arancione, il colore degli abiti indossati sui red carpet. È il protagonista a proporre delle nuove palline personalizzate e colorate per maggiore visibilità. Un esempio ante litteram di atleta brandizzato. Prima di Michael Jordan. Ma in Marty Supreme c’è un altro accessorio di grande importanza nel look del campione e studiato dalla costumista Miyako Bellizzi: la cravatta. Marty Reisman comincia da impiegato in un negozio di scarpe. La cravatta, dunque, è quasi un obbligo. Ma anche nei momenti decisivi sceglie di indossarla. Il match conclusivo lo gioca con un outfit simile a quello da cui era partito, quasi come se Safdie anche stilisticamente abbia scelto di chiudere il cerchio della mini-epopea del Nostro.
Sono gli anni Cinquanta, pantaloni larghi e giacche oversize. Marty Reisman aggiunge occhiali tondi e sottili e sì, cravatte colorate che spuntano dal bianco della camicia. Lo seguono nelle corse frenetiche per Manhattan, sui sali scendi delle scale dei grattacieli della Grande Mela. Il merchandising del film non prevedeva questo accessorio. Se fossero state messe in vendita (“Le cravatte di Marty”) probabilmente avrebbero venduto pure quelle. Se non sapessimo che Timothée è una stella e che Marty è in cerca di gloria, un look del genere sarebbe stato solo quello di un impiegato. Invece è la sublimazione del casual.
Questione di stile e di baffo. O di baffetti. Quelli di un liceale con viso punteggiato dall’acne. Un antidivo interpretato da un divo reale. Timothée Chalamet dalla sua parte ha ambizione, talento e bell’aspetto. La prima caratteristica (che è collegata alla seconda) è parte integrante del suo personaggio nel film: la scalata al successo di Marty è anche la sua a Hollywood. Il baffetto, invece, rischia di mettere in pericolo la terza qualità. Rischia, appunto. Viviamo in tempi interessanti, in cui la riscoperta del baffo è ormai certificata. Basta girare per le strade delle nostre città. Nella versione più leggera li abbiamo visti anche su Jacob Elordi e Harry Styles. Chalamet, però, li ha resi un segno inequivocabile: quelli sono i baffetti da Marty Supreme.