Nell’epoca in cui si pensa che l’intelligenza artificiale possa semplificarci la vita, in realtà rendendoci tutti copie di altri, c’è chi racconta ancora lo sport in modo autentico. E differenziandosi. È il caso di rivista Undici, fondata nel 2014 con una visione unica ed elevata che, nel tempo, ne ha determinato il successo.
Oggi siamo di fronte a un media completo che unisce il digital al fascino ancora indelebile di una rivista stampata, curata con dettaglio estetico, attenzione maniacale alla fotografia e alla profondità dei contenuti. Non certo un approccio facile e scontato in un settore dove si macinano notizie alla velocità della luce e quello che è buono ora, tra due ore potrebbe non essere più valido.


Però qui, il direttore Giuseppe De Bellis, insieme agli altri fondatori Alessandro De Felice e Federico Sarica, ha costruito uno stile che regge, si evolve insieme alla società e alle possibilità che offrono la tecnologia e i social network. Il manifesto di Undici è chiaro fin dall’inizio: “Progetto sportivo - culturale italiano. Un media nuovo e multimediale che tiene insieme approfondimento sportivo, approccio culturale, attenzione per la moda e nuove tendenze”. E poi storie, umani al centro del mondo che si raccontano, non solo in campo ma nella vita, aprendosi al lettore, quindi all’appassionato, come una persona più vicina nel quotidiano. Spesso con gli stessi sogni e dubbi simili sulla propria esistenza.
Come ci spiegano sulle loro pagine, Undici vuole unire l’epica e la scienza dello sport: tattica, tecnologia, performance a personaggi e racconti e lo si fa con un tono di voce morbido, non autoreferenziale ma che in qualche modo vola alto. Perché, anche se ci fanno credere il contrario, si può volare ancora alto nella vita, nel giornalismo e anche quando si scrive di calcio. Altrimenti che ci stiamo a fare. Mai piegarsi alla mediocrità e al sentito dire perché, quella espressione rassegnata “ma ora funziona così perché è così che fanno tutti” ci fa diventare tutti uguali e non è il sale chi su nutre di grandi passioni che poi diventano successi. Undici ci dimostra anche questo.
E se nel 2025 esiste una testata giornalista che unisce rivista bimestrale, stampata, che conta migliaia e migliaia di abbonati, quotidiano online, profili social network seguiti da 100 mila persone, significa che esiste chi crede ancora nell’innovazione e nelle storie vere.
Verità, qualità e identificazione è la cifra che troviamo anche nell’upgrade che il magazine ha portato su Instragram. Un linguaggio a suo modo coraggioso e rivoluzionario che, come sulle pagine di carta, punta su contenuti monografici e ben argomentati, fotografia alta e non scelta a caso, che allarga l’offerta dei contenuti. Possiamo trovare infatti la cover dedicata a Riccardo Calafiori, con il titolo “Io non ho paura” e la stessa sottolineata su Instagram nella forma di intervista video in cui si affrontano argomenti come leadership, stile e passioni e il faccia a faccia con Di Marco dove si scopre il terzino bambino tifoso dell’Inter e il sogno realizzato di indossare la maglia nerazzurra.
Più di ogni altra cosa però, a funzionare davvero bene è il lavoro sui social: puntuale, dritto, ridotto a tutto ciò che conta. Siamo di fronte a un cambio di rotta della narrazione sportiva, in cui uomini non banali raccontano di uomini non banali. E questo farà sempre la differenza. Come al festeggiamento dei dieci anni dalla fondazione della rivista aveva scritto il direttore, De Bellis: “Questi dieci anni sono stati unici per lo sport, abbiamo vissuto alcune tra le rivalità che hanno alimentato l’immaginario e la narrazione come rare volte era successo prima: Messi-Ronaldo, Federer-Nadal, LeBron James-Steph Curry, Hamilton-Verstappen, Rossi-Marquez. Abbiamo goduto della genialità di allenatori e coach, abbiamo visto l’evoluzione delle arene, l’arrivo della tecnologia, del gaming, l’evoluzione del training, la grandezza dell’Italia in sport in cui era sempre stata piccina come l’atletica leggera, o l’arrivo ai vertici del tennis per la prima volta nella storia. L’era dello sport più incredibile di sempre che s’è tramutata nell’era più incredibile di sempre in tantissime altre cose, perché lo sport s’è legato alla digitalizzazione, alla moda, al design, all’urbanistica, all’arte, ma anche alla finanza, alla comunicazione visiva. Noi quest’era l’abbiamo vissuta in pieno, con un privilegio del quale siamo grati e che abbiamo cercato di valorizzare”.


