La storia ce l’ha diversa da tutti (l'abbiamo già raccontata qui). E, inevitabilmente, pure il suo presente è stato sempre differente: Franco Morbidelli con la MotoGP di oggi non c’entra un cacchio. E forse pure con quella di ieri. Meno che mai, di sicuro, c’entra con quella del futuro, visto che pare pure decisamente difficile che qualcuno possa dargli una sella per la prossima stagione. Nelle corse contano i numeri, si dice sempre. E ci sta. Lui, il figlio del meccanico romano che ha mollato tutto per permettergli di inseguire un sogno nato quando aveva poco più di due anni, di risultati significativi non ne fa da un po’. E’ stato sfortunato, tanto sfortunato, nel momento migliore della sua carriera. E è stato pure signore, tanto signore, sempre nel momento migliore della sua carriera, quando meritava una moto ufficiale, ma nel suo box era arrivato quel Valentino Rossi a cui doveva praticamente tutto da un punto di vista sportivo (come raccontato proprio a MOW da sua mamma Cristina) e al quale lui, che è fatto di una pasta differente, ha lasciato si concedessero i materiali migliori. Perché? Perché Franco Morbidelli vive persino uno sport fatto di “vita mia e morte tua” secondo la stessa regola con cui ha inteso quella vita che l’ha bastonato tanto, ma che ha sempre onorato risollevandosi ogni volta. Insomma, la regola del “contano i numeri, ma pesano gli uomini”. L’ha dimostrato anche oggi, nel folle sabato di Jerez.
Partiva diciottesimo, poi è arrivata la pioggia. Ha cambiato la moto senza inventarsi niente. Ha fatto il suo mentre gli altri le provavano tutte (persino a vincere, riuscendoci, facendo la strada più corta). E alla fine s’è ritrovato lassù: terzo sul podio. Il capolavoro assoluto, però, l’ha fatto subito dopo, quando non aveva già più il casco in testa, ma un microfono davanti alla bocca. Il momento, per lui, è quello che è: avrebbe potuto rivendicare talento. Avrebbe potuto raccontarsi come la vittima di un ingiustizia a cui stanno negando il futuro. Avrebbe potuto tutto, tutto davvero. E invece se ne è uscito così: “Voglio dedicare questa rimonta a tutti quelli che soffrono, a tutti quelli che si sentono da meno, in difficoltà o in difetto. Vorrei dire loro che non è vero, che bisogna sempre continuare a spingere e sperare. Le possibilità ci sono. Questo mio momento lo voglio dedicare a loro”.
E’ agli altri che ha pensato. E è un altro che ha ringraziato: “Ci vuole lucidità, fortuna e un sacco di Idalio Gavira, il nostro coach. Lui ha molto occhio per queste condizioni e ce ne parla molto. Parlo per me quando arrivano grazie a lui sono più rilassato e tranquillo. L’ultimo giro? Avevo un gran timore del passaggio all’ultima curva, anche ora non so chi ci fosse dietro di me, ma io le ho chiuse tutte lo stesso”. Signori, è un 25 aprile e una roba così vale un discorso alla nazione, perché parla della libertà più libera di tutte: mostrarsi umani anche dove serve la ferocia. Ostentando pure la debolezza di chi si chiede ancora, nonostante tutto, se e quanto vale. Tutto il resto: il terzo posto, la rimonta, il cronometro, il mercato piloti sono solo “numeri”. Che valgono quanto l’equilibrio in un sabato d’asfalto bagnato a Jerez: tantissimo, ma nell’assoluta precarietà di tutto ciò che resta in superficie come l’acqua tra i cordoli. Invece è nel profondo che nuotano i rari, quelli che non naufragheranno mai.
“Sono un grandissimo uomo di fede e un grandissimo ottimista – ha poi detto Morbidelli in sala stampa – io ci speravo. Io ci credevo. Io credo molto in me stesso e quindi dentro di me contavo di fare una rimonta da diciottesimo a primo. Invece ho fatto terzo, ma va bene lo stesso. Ieri parlavo con il mio fisioterapista, parlavamo di argomenti profondi, mi capita spesso di parlare di argomenti profondi (avevamo già raccontato anche questo) durante i massaggi. Il mio fisioterapista mi ha detto che se avessi fatto podio avrei dovuto dedicarla ai deboli. E l’ho fatto. Questo podio è per tutte le persone che sono in una posizione di svantaggio: sono tante, molte di più di quelle che sono in una posizione di vantaggio. Il mio pensiero e il mio cuore sono per loro: lo sport è una metafora della vita e sicuramente io sono in un periodo di difficoltà. Potrei buttarmi giù. Potrei credere a tutto quello di negativo che si dice. Ma scelgo di non farlo ogni giorno e, anzi, scelgo ogni giorno di lavorare meglio. Di lavorare di più. Di andare avanti. E questo tipo di risultati è la dimostrazione che è il modo giusto di agire nello sport e nella vita. Non è il podio più bello della mia carriera, ma sicuramente è il più sorprendente: deve darci l’energia giusta per spingere e trovare una soluzione alla mia mancanza di feeling con questa moto”.