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17 novembre 2025

Haaland che percula Mancini rende bene l'idea della mediocrità del calcio italiano

  • di Domenico Agrizzi Domenico Agrizzi

17 novembre 2025

In terza categoria o nelle qualificazioni mondiali certe cose sono sempre le stesse. Mani sotto la cintura, magari un “saluto” alla mamma dell’avversario, e si prova a sfangarla. Non ci bastano più i metodi artigianali, quelli messi in pratica da Gianluca Mancini su Erling Haaland. L’Italia perde comunque. E in quell’immagine, e nella presa in giro dell'attaccante norvegese, c'è tutto il calcio italiano

Foto: Ansa

Haaland che percula Mancini rende bene l'idea della mediocrità del calcio italiano

Contro il calcio moderno ci sono le vecchie maniere: quelle messe in pratica da Gianluca Mancini contro Erling Haaland durante Italia-Norvegia. L’attaccante del Manchester City ha detto che il centrale della Roma gli “toccava” il sedere: “Ho pensato: ‘ma che stai facendo?’”. E ancora il numero nove norvegese: “Mi sono caricato e gli ho detto: ‘Grazie per la motivazione’. Alla fine ho segnato due gol e abbiamo vinto 4-1. Quindi, grazie a lui”. Un’immagine che dice molto del momento della Nazionale: antichi metodi applicati per fermare il nuovo che avanza, poche idee e il residuo dell’astuzia tutta italiana, quella del gioco al limite del consentito, furbizia e creatività. Peccato che tutto questo non basti più. E gli altri ci prendono in giro. C’è ben poco da salvare dell’ultima partita del girone di qualificazione. San Siro ha fischiato gli azzurri, che hanno giocato solo un tempo. Poi nella ripresa il tracollo, quattro gol presi e troppe disattenzioni. Haaland ha toccato pochissimi palloni, quanti ne bastano a uno come lui per fare doppietta. La sua squadra ha festeggiato una storica qualificazione, attesa da 28 anni. Noi, invece, siamo tornati nello spogliatoio bagnati e sconfitti. Francesco Pio Esposito ha segnato e magari adesso Haaland se ne ricorderà. Magari. Dopo la vittoria contro la Moldavia il ct Gennaro Gattuso si era lasciato andare sulla presunta irrazionalità delle modalità di accesso al Mondiale. Com’è possibile, si chiedeva Ringhio, che con una sola sconfitta e da seconda l’Italia avrebbe dovuto giocarsi i playoff? Ora che le partite perse sono diventate sono due e il divario con la Norvegia si è manifestato per quello che è, non ci resta che attendere marzo e le partite decisive.

La Norvegia festeggia a San Siro
La Norvegia festeggia a San Siro Ansa

A mente fredda, per dire la verità, il giudizio non varia: la Norvegia è più forte dell’Italia. Una Norvegia, peraltro, in cui mancava il capitano e il secondo miglior giocatore, Martin Odegaard. C’è poco da intrecciarsi in ragionamenti e disamine psicologiche sul “momento” dei giocatori in campo. Per gli interisti la scusa del contraccolpo del 5 a 0 di Monaco è scaduta; le disattenzioni di Giovanni Di Lorenzo non sono dovute alle fatiche della Serie A; i problemi in attacco sono sempre gli stessi, con il solo Mateo Retegui che pare in grado di portare prestazioni sufficienti con continuità. Una squadra mediocre che di fronte a un avversario più forte è crollata. Anche qui le parole di Gattuso ci vengono in aiuto per la spiegazione: “Dopo 40 secondi e il primo tiro in porta del secondo tempo ci siamo impauriti”. E resta dunque quell’unica scena, di Gianluca Mancini con le mani sul sedere di Erling Haaland, mentre cerca di fermare l’inarrestabile, con annesso sfottò a fine partita. Metodi da calcio di provincia, artigianali, che non sopperiscono a tutto ciò che manca in questa Nazionale. Ai playoff l’Italia si gioca l’accesso ai Mondiali, dopo due edizioni di assenza. Serve qualcosa di più, contro avversari che saranno inferiori: le smanacciate vecchia maniera potrebbero non bastare.

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