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Nemmeno le squadre abruzzesi giocano più come Allegri: i milanisti oggi dovrebbero vergognarsi. Poi non lamentiamoci della mediocrità del nostro calcio e della Nazionale

  • di Domenico Agrizzi Domenico Agrizzi

  • Foto: Ansa

24 novembre 2025

Nemmeno le squadre abruzzesi giocano più come Allegri: i milanisti oggi dovrebbero vergognarsi. Poi non lamentiamoci della mediocrità del nostro calcio e della Nazionale
Il calcio è una cosa semplice: Mike Maignan fa i miracoli, Yann Sommer troppo lento nel distendersi e Christian Pulisic è più rapido di tutti. Uno a zero per il Milan, derby vinto, fine della storia. Sul gioco della squadra di Massimiliano Allegri qualcosa ci sarebbe pure da ridire. Ma finché si vince pazienza. Ricordiamocelo la prossima volta che giocherà la Nazionale di Gennaro Gattuso

Foto: Ansa

di Domenico Agrizzi Domenico Agrizzi

Mike Maignan ha parato, Yann Sommer no, tre punti al Milan e tutti a casa. “Si fa così”, pragmatismo e ripartenze, direbbe Massimiliano Allegri. È la sua partita. Nella modernità liquida il mister di Livorno ha portato solidità, materia stabile in difesa e, per ora, risultati. Il diavolo sta nei dettagli, nella classe di Luka Modric e nei guantoni di Magic Mike, criticato dagli stessi milanisti per qualche papera di troppo, ma con picchi che nessun altro portiere in Serie A, e forse nel mondo, può raggiungere. Hakan Calhanoglu ha sbagliato il secondo rigore da quando è all’Inter allo stesso minuto, il 74esimo, di quello tirato sul palo contro il Napoli lo scorso anno. La stagione è finita con lo Scudetto per Antonio Conte e i suoi. Toccheranno ferro i milanisti. I numeri di Inter-Milan: 63%-37% di possesso palla, 20 a 7 il conto dei tiri, 9 angoli a 1, due pali e un rigore sbagliato dai nerazzurri. Ma basta poco, un contrasto perso a centrocampo e un po’ di spazio ad Alexis Saelaemakers sulla fascia; l’imperfezione del portiere interista e la prontezza di Christian Pulisic completano l’opera. Davvero, però, ci si può accontentare di una partita del genere? I tifosi diranno: senza dubbio sì, finché arriva la vittoria. Il mantra è ancora lo stesso: c’è solo una cosa che conta. Possiamo girarci intorno ma quello rimane l’unico discrimine. Peccato che solo pochi giorni fa, durante la pausa per le Nazionali, vedevamo prime pagine e social stracolmi di giudizi sulla “qualità” della squadra allenata da Gennaro Gattuso. Il ct, si diceva, ha poche armi a sua disposizione, mai si era vista un’Italia così priva di talento, senza estro e orfana di numeri dieci che ormai non coltiviamo nemmeno più. Una Nazionale figlia del calcio che punta a non prendere gol piuttosto che a farlo, in nome del risultato finale. La deriva peggiore del tatticismo all’italiana. Se però il bus ci fa vincere, allora parcheggiamolo pure.

Massimiliano Allegri
Massimiliano Allegri, allenatore del Milan Ansa

Dobbiamo metterci d’accordo: a cosa è dovuto il declino del nostro calcio? Perché per rilanciare la Serie A dobbiamo viaggiare fino in Australia? Le famigerate riforme atte a portare nuova energia nel sistema in che direzione devono andare (oltre le fantasie di una retrocessione per solo due squadre)? E soprattutto: i principi di gioco devono rimanere gli stessi? Eppure alla vista di Cesc Fabregas sobbalziamo, ne parliamo come di un rivoluzionario, un alieno, Nico Paz come di un fenomeno assoluto, ce ne fosse di gente come lui. A Como c’è ricchezza, dunque si possono permettere anche qualche passo falso. Tutti gli altri no. Vincere oggi o niente.

Calhanoglu sbaglia il rigore nel derby
Calhanoglu sbaglia il rigore nel derby Ansa

Sarà difficile la prossima volta, specie se il Milan continuerà a stare in alto, criticare la pochezza della nostra Nazionale. A marzo ci sono i playoff per andare al Mondiale e anche lì o si vince o si muore. Cosa ne faremo del Mondiale, qualora ci qualificassimo, si vedrà. Allegri nella conferenza stampa di presentazione aveva detto di voler parlare di calcio offensivo, per evitare la solita solfa del “difensivista”. I suoi attaccanti, va detto, non lo stanno aiutando: né Santiago Gimenez (che comunque fa un gran lavoro per la squadra) né Christopher Nkunku hanno inciso. Rafa Leao è sulla solita altalena, mentre Pulisic è l’unico davvero costante. L’allenatore, però, ci deve mettere qualcosa del suo, non basta amministrare. A fine stagione si tireranno le somme: se sarà Scudetto tutti a gridare al capolavoro, dal primo posto in giù invece un fallimento. A quel punto nemmeno la soddisfazione di dire “almeno giochiamo bene”. Non sorprendiamoci se stelle come Erling Haaland diranno di non conoscere i nostri talenti, o se nei post partita prenderanno in giro certe antiche tecniche difensive (le dita sotto la cintura di Gianluca Mancini). Le sconfitte sono parte del percorso. Ma tornare a casa con zero tituli e zero gioco è un rischio peggiore, forse, della prospettiva di una singola vittoria.

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