Forse il senso di questo sport è si è incastrato tra le rocce di Kitzbuhel, vicino ai cancelletti da cui Giovanni Franzoni è partito giù per la Streif. A valle c’è arrivato più veloce di tutti, in 1 minuto, 52 secondi e 31 decimi. È suo il primo posto nella discesa libera di questa tappa, la più iconica del circuito della Coppa del Mondo. Ha battuto Marco Odermatt, il fenomeno svizzero, e il francese Maxence Musaton. Il secondo successo per il ventiquattrenne dopo la vittoria del SuperG di Wengen. “Sembrerebbe che sono nella leggenda dopo aver vinto sulla Streif e questo mi fa specie. Ci sono sicuramente tanti sciatori più forti di me ma oggi ho fatto quello che dovevo fare. Voglio godermi questo successo in una gara sognata da tutti”. “Sembrerebbe” entrato quasi per caso nella storia di questo sport. Non è così: c’è lavoro, la forza delle gambe costruita nel tempo, ginocchia che reggono un corpo lanciato a 143,9 km/h. E a quel senso incastrato nella cima della montagna deve aver dato un’occhiata, Franzoni: “Oggi è stata una giornata un po’ speciale, alla partenza avevo in testa Matteo perché l’anno scorso eravamo in camera insieme ed era la mia prima volta qui”. Matteo Franzoso è morto il 15 settembre scorso mentre si allenava in Cile, sulla pista La Parva. Lo aveva ricordato Franzoni: “Ogni mia curva sarà anche tua, scieremo insieme ogni gara e ogni allenamento portando avanti quel sogno che abbiamo sempre condiviso”. Se Matteo fosse stato qui, Giovanni avrebbe provato a batterlo. Ora che è scomparso, quello che può fare al massimo è andare più veloce, allenarsi più forte. Contro la logica e l’istinto di autoconservazione. Il massimo rispetto tra due atleti, amici e rivali sta lì: nel dare il massimo, provando a vincere, lasciandosi dietro l’altro. Al senso dello sci, Franzoni, deve aver dato una sbirciata prima di cominciare la sua discesa.
Non ci sono arbitri che tengano, la colpa e il merito, nello sci, sono solo dell’atleta. La velocità e il tempo sono gli unici parametri. Un esperimento di fisica trasformato in disciplina olimpica. Pochi giorni fa Federica Brignone si è commossa dopo il sesto posto di Kronplatz. Non ce l’ha fatta a essere lucida e a garantire la sua presenza a Milano Cortina. Federica Brignone il 3 aprile 2025 durante i Campionati italiani in Val di Fassa: frattura scomposta alla tibia. In un’intervista, quando già il ritorno sembrava imminente, ha detto: “Non mi sento cambiata. Per me è stato un incidente di percorso”. Inutile lamentarsi: o si arriva in fondo sulle gambe o si cade. E se si cade ci si fa male. Chi ha avuto una gamba distrutta poteva dire basta; chi ha perso un amico poteva cambiare sogno. Invece, ostinatamente, Federica Brignone e Franzoni sono andati avanti. Fermati, vai piano, rinuncia. Lo sci è uno sport discordante: per vincere devi battere la paura, spingere sulla neve prendendoti il rischio a ogni curva e dimenticandoti quell’istinto innato che sta sempre lì a ricordarti del dolore di una possibile caduta. Sulla schiena della montagna, il senso di questo sport oggi si è manifestato al giovane azzurro: un amico che dal cielo, sopra le rocce, ti dice di non aver paura.