Parlare di disagio mentale è sempre fondamentale in una società in cui questa patologia si sta radicando in modo più che profondo. Ma quando a farlo è qualcuno che appartiene al mondo dello sport, un mondo apparentemente invincibile e impossibile da scalfire, beh, credetemi, ha tutto un altro sapore. Quando Patrick Mouratoglou aveva sedici anni, la paura gli teneva la mano ogni notte. E no, non quella del match point, ma quella vera: panico, insonnia, silenzi che facevano più rumore delle urla. “Evitavo le persone. Non riuscivo a parlare con nessuno. Ogni volta che incrociavo uno sguardo, mi paralizzavo”, racconta. Sì, perché purtroppo le sensazioni del panico sono tremende: nodo in gola, tachicardia, e quel terrore di non farcela. Sono milioni gli italiani che ne soffrono e ancora lo stigma aleggia in modo pesante. Se soffri di panico ho depressione vieni etichettato come un malato mentale, come uno scarto della società. E infatti per lui non c’era il tennis, non c’erano gli Slam, non c’era Serena Williams. C’era un ragazzino che si sentiva “un fallito”, nonostante una famiglia benestante e un sogno grande quanto il mondo. Oggi, Mouratoglou è uno dei coach più iconici del circuito. Ma il percorso che l’ha portato a esserlo non passa solo dai campi da gioco.

Lo dice lui stesso: “Il mio più grande successo? Ricostruirmi. A sedici anni la mia vita era un disastro. Mi ci sono voluti dieci anni per diventare una persona preparata alla vita”. Lo racconta senza retorica in “Champion Mindset”, il libro appena uscito che è molto più di una biografia: è un manifesto. Sul valore dell’autostima. Sulla necessità, vitale, di parlare di salute mentale. Sul fatto che, prima ancora di vincere, bisogna imparare a restare in piedi. “Ogni giorno era una sconfitta. Prima di andare a dormire sapevo che avrei avuto un attacco di panico. E al mattino ero così stanco che non riuscivo a pensare. A scuola andavo male, non riuscivo a relazionarmi con nessuno, e gli insegnanti erano duri con me”. Una spirale che molti adolescenti conoscono fin troppo bene. Mouratoglou non si limita a ricordarla, la mette a nudo.

“Non ho mai avuto tendenze suicide, ma pensieri di morte sì. Spesso. Mi sentivo inutile”. La svolta arriva dopo che i genitori gli vietano di inseguire il sogno del tennis. “Mi dissero di pensare allo studio. Ma io ero bloccato. Ero troppo timido, non avevo fiducia, e quindi non facevo nulla. Nessuno mi prendeva sul serio. E anch’io non lo facevo”. Da lì, però, nasce un percorso che oggi è la spina dorsale del suo lavoro con gli atleti: allenare la persona prima ancora che il giocatore. “Ci ho messo dieci anni per costruirmi. Quando hai autostima, puoi cominciare ad avere sogni. E quando credi in te stesso, inizi a pensare di poterli realizzare”. È un viaggio che oggi lo porta ad affiancare campioni come Naomi Osaka, Grigor Dimitrov e Holger Rune.
Ma lo fa con la consapevolezza che non basta un dritto potente per vincere. Serve una mente libera, prima di tutto. “Ho passato il resto della mia vita cercando di aiutare gli altri a credere in sé stessi. Questo libro nasce anche per questo: raccontare che si può uscire dall’oscurità. Che anche chi oggi vi sembra invincibile, forse, ha avuto paura di tutto. Io sono la prova che si può cambiare”. E quando gli chiedono cosa conti davvero, tra i trofei e le accademie, lui non ha dubbi: “La vittoria su me stesso è quella più importante. È quella che nessuno potrà mai togliermi”. Un libro confessione, ma anche un invito. A non vergognarsi. A chiedere aiuto. A capire che il successo non è solo una coppa. A volte è riuscire ad alzarsi la mattina. E credere, anche solo per un attimo, che ce la farai.