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Gli arbitri di Serie A sono nel caos e ora vige la legge del più forte. I giocatori commentano sui social, i dirigenti mandano pec e gli allenatori si lamentano. Ma da tutto questo chi ci guadagna?

  • di Domenico Agrizzi Domenico Agrizzi

  • Foto: Ansa

8 gennaio 2026

Gli arbitri di Serie A sono nel caos e ora vige la legge del più forte. I giocatori commentano sui social, i dirigenti mandano pec e gli allenatori si lamentano. Ma da tutto questo chi ci guadagna?
La pressione sui direttori di gara è tanta. Il clima è insostenibile. Dopo Napoli-Hellas Verona l’attaccante Rasmus Hojlund ha commentato via social il gol che gli è stato annullato per fallo di mano. Con gli arbitri già nel caos la situazione rischia di precipitare. Servono chiarezza, un regolamento aggiornato e senso di responsabilità di club e allenatori. Perché nella confusione totale vincono sempre i più forti. E nessuno vuole che questo accada

Foto: Ansa

di Domenico Agrizzi Domenico Agrizzi

Nel caos regna un’unica legge: la forza. Lo scenario è la Serie A, i protagonisti i calciatori, i personaggi secondari (ma nemmeno troppo) gli allenatori e i dirigenti e i villain gli arbitri. Purtroppo, ormai, i ruoli all’interno della storia sembrano stabiliti. Le maschere dei cattivi sono state assegnate per gli errori commessi e la perseveranza delle storture. Prima si è evocata l’oggettività, nei tocchi di mano per esempio, manifestata dal principio dell’immediatezza: se prima di un gol un giocatore colpisce la palla con braccio o mano si deve fischiare. Il caso di Davis contro la Lazio è un precedente pericoloso: quanto tempo deve passare perché l’immediatezza si concretizzi? Scalvini nella penultima giornata segna all’Olimpico, l’Atalanta vince uno a zero e la Dea si conferma in un momento positivo. Ma quel risultato è frutto di un altro errore: Scalvini tocca con il braccio e spinge la palla in rete. Perché non fischiare? L’oggettività da cui eravamo partiti sembra essere venuta meno. Lo scatto verso l’interpretazione diventa palese nel rigore tolto a Dusan Vlahovic in Fiorentina-Juventus: il Var interviene dopo che l’arbitro Doveri aveva già fischiato. Il regolamento però prevede che questo sia possibile solo in caso di errore “chiaro ed evidente”. Ancora una questione di definizioni e di scatole cinesi: cos’è chiaro, cos’è immediato, cos’è oggettivo. Una matriosca di problemi da far risalire a Cartesio, ben oltre l’ambito calcistico. Ma non c’è tempo di perdere tempo in disquisizioni, ogni tre giorni c’è una partita e il regolamento - e la sua interpretazione - deve stare al passo.

Napoli-Hellas Verona
Napoli-Hellas Verona, altra partita controversa Ansa

Servono uomini d’azione in questi casi. Amministratori delegati, direttori sportivi e allenatori in seguito a una partita con errori sfavorevoli corrono ai microfoni per dire che “serve rispetto” per i tifosi e per la società, chiedono chiarezza, trasparenza e un metro comune. Fino a qui è il solito copione. Nelle ultime giornate, con la pressione sugli arbitri ai massimi storici, uno spettro ha cominciato ad aggirarsi per la Serie A: la malafede. Tra i tifosi il fantasma aveva sempre vagato, seppur le apparizioni fossero meno frequenti, ma ora invece qualcuno lo ha evocato di nuovo e con forza. Gli errori cominciano a essere troppi e non può essere un caso. Quella richiesta di rispetto si è tradotto in comunicati social e pec inviate alla Lega. Altro peso che il designatore Gianluca Rocchi e i direttori di gara devono gestire. Il carico ce lo ha messo Fabio Capello, nome tutelare del calcio italiano e opinionista di Sky: “Gli arbitri sono una mafia”. Poi il mister ha chiarito che intendeva semplicemente evidenziare la chiusura del mondo arbitrale. Ma il danno era fatto. L’ex arbitro Mazzoleni intervenuto a Giornale Radio ha detto che “se l’Aia avesse un’associazione più di peso, un personaggio del genere andrebbe querelato”.

Fabio Capello
Fabio Capello: "Gli arbitri sono una mafia" Ansa

Il Napoli ha pareggiato in casa con l’Hellas Verona. Un risultato poco soddisfacente, visto che domenica c’è la trasferta a San Siro contro l’Inter, ma anche questa gara è stata viziata da un fischio controverso: Rasmus Hojlund salta nell’area avversaria insieme al difensore veronese, la palla ricade, il norvegese controlla, calcia e segna. Ma la sfera avrebbe toccato il braccio dell’attaccante azzurro, quindi il gol è annullato. Hojlund oggi ha pubblicato una storia su Instagram in cui dice di non aver nemmeno sfiorato il pallone con la mano. Perfetto: se anche i calciatori cominciano a fare l’Open Var sui propri profili il regno dell’anarchia è arrivato.

Rasmus Hojlund
La storia di Rasmus Hojlund

I giocatori hanno la loro quota di responsabilità, simulazioni palesi e ridicole sono ordinaria amministrazione sui campi italiani. Gli arbitri abboccano, magari per riparare a decisioni precedenti sbagliate o perché influenzati dal nome sulla maglia e lo stadio che fischia. Le responsabilità sono largamente condivise. Antonio Conte dopo il pareggio con l’Hellas ha detto una cosa giusta, difendendo l’arbitro Marchetti e tutti i direttori di gara: “Sono in buona fede”. Bene così. Massimiliano Allegri e Cristian Chivu, allenatori di squadre pesanti, hanno parlato in maniera simile nelle ultime settimane. È l’atteggiamento giusto per alleggerire il clima. L’alternativa è decisamente più rischiosa: tutti parlano e criticano, scatenando reazioni dei tifosi, influenzando (indirettamente) il direttore di gara designato per la partita successiva, provando (involontariamente) a guadagnarci qualcosa. L’Aia deve fare qualcosa se non altro per fermare questa deriva. Perché nel mondo senza regole l’unico principio che conta è quello della forza.

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