Nel caos regna un’unica legge: la forza. Lo scenario è la Serie A, i protagonisti i calciatori, i personaggi secondari (ma nemmeno troppo) gli allenatori e i dirigenti e i villain gli arbitri. Purtroppo, ormai, i ruoli all’interno della storia sembrano stabiliti. Le maschere dei cattivi sono state assegnate per gli errori commessi e la perseveranza delle storture. Prima si è evocata l’oggettività, nei tocchi di mano per esempio, manifestata dal principio dell’immediatezza: se prima di un gol un giocatore colpisce la palla con braccio o mano si deve fischiare. Il caso di Davis contro la Lazio è un precedente pericoloso: quanto tempo deve passare perché l’immediatezza si concretizzi? Scalvini nella penultima giornata segna all’Olimpico, l’Atalanta vince uno a zero e la Dea si conferma in un momento positivo. Ma quel risultato è frutto di un altro errore: Scalvini tocca con il braccio e spinge la palla in rete. Perché non fischiare? L’oggettività da cui eravamo partiti sembra essere venuta meno. Lo scatto verso l’interpretazione diventa palese nel rigore tolto a Dusan Vlahovic in Fiorentina-Juventus: il Var interviene dopo che l’arbitro Doveri aveva già fischiato. Il regolamento però prevede che questo sia possibile solo in caso di errore “chiaro ed evidente”. Ancora una questione di definizioni e di scatole cinesi: cos’è chiaro, cos’è immediato, cos’è oggettivo. Una matriosca di problemi da far risalire a Cartesio, ben oltre l’ambito calcistico. Ma non c’è tempo di perdere tempo in disquisizioni, ogni tre giorni c’è una partita e il regolamento - e la sua interpretazione - deve stare al passo.
Servono uomini d’azione in questi casi. Amministratori delegati, direttori sportivi e allenatori in seguito a una partita con errori sfavorevoli corrono ai microfoni per dire che “serve rispetto” per i tifosi e per la società, chiedono chiarezza, trasparenza e un metro comune. Fino a qui è il solito copione. Nelle ultime giornate, con la pressione sugli arbitri ai massimi storici, uno spettro ha cominciato ad aggirarsi per la Serie A: la malafede. Tra i tifosi il fantasma aveva sempre vagato, seppur le apparizioni fossero meno frequenti, ma ora invece qualcuno lo ha evocato di nuovo e con forza. Gli errori cominciano a essere troppi e non può essere un caso. Quella richiesta di rispetto si è tradotto in comunicati social e pec inviate alla Lega. Altro peso che il designatore Gianluca Rocchi e i direttori di gara devono gestire. Il carico ce lo ha messo Fabio Capello, nome tutelare del calcio italiano e opinionista di Sky: “Gli arbitri sono una mafia”. Poi il mister ha chiarito che intendeva semplicemente evidenziare la chiusura del mondo arbitrale. Ma il danno era fatto. L’ex arbitro Mazzoleni intervenuto a Giornale Radio ha detto che “se l’Aia avesse un’associazione più di peso, un personaggio del genere andrebbe querelato”.
Il Napoli ha pareggiato in casa con l’Hellas Verona. Un risultato poco soddisfacente, visto che domenica c’è la trasferta a San Siro contro l’Inter, ma anche questa gara è stata viziata da un fischio controverso: Rasmus Hojlund salta nell’area avversaria insieme al difensore veronese, la palla ricade, il norvegese controlla, calcia e segna. Ma la sfera avrebbe toccato il braccio dell’attaccante azzurro, quindi il gol è annullato. Hojlund oggi ha pubblicato una storia su Instagram in cui dice di non aver nemmeno sfiorato il pallone con la mano. Perfetto: se anche i calciatori cominciano a fare l’Open Var sui propri profili il regno dell’anarchia è arrivato.
I giocatori hanno la loro quota di responsabilità, simulazioni palesi e ridicole sono ordinaria amministrazione sui campi italiani. Gli arbitri abboccano, magari per riparare a decisioni precedenti sbagliate o perché influenzati dal nome sulla maglia e lo stadio che fischia. Le responsabilità sono largamente condivise. Antonio Conte dopo il pareggio con l’Hellas ha detto una cosa giusta, difendendo l’arbitro Marchetti e tutti i direttori di gara: “Sono in buona fede”. Bene così. Massimiliano Allegri e Cristian Chivu, allenatori di squadre pesanti, hanno parlato in maniera simile nelle ultime settimane. È l’atteggiamento giusto per alleggerire il clima. L’alternativa è decisamente più rischiosa: tutti parlano e criticano, scatenando reazioni dei tifosi, influenzando (indirettamente) il direttore di gara designato per la partita successiva, provando (involontariamente) a guadagnarci qualcosa. L’Aia deve fare qualcosa se non altro per fermare questa deriva. Perché nel mondo senza regole l’unico principio che conta è quello della forza.