“Toro Loco hai quel fuoco”, cantava Piero Pelù, che oggi è peraltro tornato a infiammare i palchi, ma questa è un’altra, seppur meravigliosa, storia e oggi in tendenza balza comprensibilmente un’altra fabula, un altro nome, di un altro spessore storico. E non perché il buon Piero non abbia il suo peso, ma consentiteci un pizzico di faziosa esagerazione, perché la narrazione in questione possiede più di un tratto somatico che lo avvicina a qualcosa di epico. A prescindere dal finale (e dalla finale) difatti il suo posto sul monte Olimpo Lautaro Martinez se l’è guadagnato di diritto e adesso persino il più ardito dei detrattori difficilmente potrà erigere antitesi alcuna: non c’è possibilità di confutazione, non più almeno, non dopo la notte vissuta dal capitano dell’Inter ieri ad Atlanta, dove il 22 di Scaloni, 10 di Chivu, ha inciso più che una sintesi, un vero e proprio assioma. “Con l’Argentina sparisce, non è determinante, è secondo a Julian Alvarez, è una comparsa di lusso”, e chi più ne ha, più ne metta, dicevano a proposito del bahiense silenzioso che mai ha lamentato nulla dalla panchina dell’Albiceleste dove nello scorso Mondiale spesso si è ritrovato pure fin troppo spesso a sedere, soffrendo come suo solito fare quando non può caricare da una parte all’altra del campo. Una sofferenza in parte cancellata dalla Copa America vinta due anni dopo da protagonista arrivata dopo una stagione con l’Inter da incorniciare. In parte appunto, perché il Toro Martinez non dimentica, specie i dolori e quello vissuto in Qatar è stato senza dubbio indimenticabile per quanto addolcito dalla Coppa poi sollevata che lo consacrava già tra i migliori del mondo. Ma non basta, nulla mai basta al Toro di Bahia Blanca, arrivato al Racing prima e all’Inter dopo con silenzioso ma costante quanto costoso sacrificio e ancora con l’abnegazione di chi sa di poter ottenere di più di quanto concessogli ha abbassato la testa lavorando sodo per tentare di arrivare negli Usa 2026 nella miglior condizione possibile. Condizione messa per un attimo a rischio dal lungo infortunio rimediato in Norvegia sul campo del Bodo che aveva fatto temere un possibile “peggio” che Cristian Chivu, con la sua empatia, ha scongiurato proteggendo il suo capitano in vista dell’appuntamento più importante. Mentre l’Inter pattinava verso il ventunesimo titolo Nazionale, il tecnico romeno ha lasciato che l’argentino si riprendesse con calma ma attenzione: d’altronde Lautaro vale dentro il campo quanto fuori e la leadership del diez ha trascinato la sua Inter anche senza metterci la letale zampa in area di rigore. Ma torniamo all’attualità: il Toro è arrivato negli Stati Uniti, stato che non gli evocava immediatamente lindi ricordi vista l’eliminazione anzitempo incassata con l’Inter lo scorso anno al Mondiale per Club ma che, i più attenti (oltre che gli interisti) lo sanno, ha caricato di ulteriore responsabilità e garra il signor Martinez. Un Mondiale cominciato ancora da titolare, ma che ancora una volta, come in Qatar, è proseguito incasellando tre panchine consecutive che avevano già dato adito a detrattori ed haters di sguazzare nell’idiozia. Ma Lautaro, che rispetto al Qatar è più vecchio di quattro anni e sei titoli (due Supercoppe italiane, una Coppa Italia, due scudetti, una Coppa America) e due finali di Champions perse sì, ma al termine di un grandissimo percorso di cui ancora una volta è stato indiscusso trascinatore, non si è lasciato condizionare da haters e congetture.
“Vorrei sottolineare quello che ha fatto Lautaro. Non è facile essere il capocannoniere della Serie A e accettare di partire dalla panchina. È un esempio per tutti. Quando entra dà sempre tutto e dimostra di essere un giocatore fondamentale per questa squadra”, ha detto Scaloni dopo la vittoria per 1-3 contro la Svizzera, gara timbrata dal Toro con un golazo straordinario che seppur non fosse determinante per il risultato ha regalato al Toro quella ciliegina che farciva di meritocrazia la torta. Il capitano nerazzurro contro la Svizzera, esattamente come già capitato nella gara precedente contro l’Egitto è entrato e spaccato il match, fino al suo ingresso bloccato su un risultato che non sorrideva all’Albiceleste. Se contro l’Egitto di Salah ha confezionato l’assist perfetto per la vittoria sottoscritto da Enzo Fernandez, con la Svizzera ha messo il secondo gol del suo Mondiale dopo il rigore capitalizzato contro la Giordania. Ma è nella notte più importante degli ultimi vent’anni che dipinge finalmente di concretezza il suo sogno: gol della vittoria contro l’Inghilterra che spedisce l’Argentina dritta in finale contro la Spagna, urlo da Toro di liberazione e lacrime finali da bambino.
Sì, perché quell’umile bambino dai capelli sulle orecchie e la camiseta del Lianers è ancora lì, ed è sgorgato fuori insieme alle lacrime che il campeon del mundo, dall’alto della sua esperienza, non è riuscito a trattenere. E in quelle lacrime c’è tutto il Lautaro che probabilmente troppa gente spesso finge di non cogliere: sacrificio, abnegazione, carattere da vendere e perciò da compartire con i compagni per i quali è sempre a disposizione e per i quali dà sempre anima e corpo, qualità e intelligenza calcistica forse fin troppo sottovalutati, spirito di appartenenza, generosità, umiltà, e tanto, tanto coraggio quanto voglia di lottare. “Sogno questo gol dalla prima volta che mio papà mi ha comprato un paio di scarpini”, e seppure ci fu lo zampino di Cecilia Contarino nella resilienza costruita dal Torito a casa Tita del Racing Club, dove dopo qualche settimana nutriva il sogno di tornare a casa per via di una lontananza che anche oggi da uomo e padre non sempre riesce a digerire, ad ardere in questo Toro c’è il fuoco, come disse un altra grande sudamericana che ha fatto la storia, “non di chi vince sempre, ma di chi non si arrende mai”.
Un tratto distintivo che fa del ragazzo di Bahia Blanca, ormai un po’ italiano di stampo milanese, l’indispensabile uomo di cui la Seleccion sa benissimo di non poter fare a meno, e da ieri, finalmente anche l’intera Argentina. Quarant’anni dopo la Mano de Dios, il piede de Dios di Leo Messi ha consegnato a Lautaro la pelota perfetta per insaccarla così come nei lunghi, sofferenti, quasi drammatici minuti precedenti nessuno era riuscito a fare perché sì Lautaro Martinez è pure e soprattutto questo: come direbbe un Salmo a caso (che ci perdonerà se prendiamo in prestito le sue barre nonostante fieramente sottolinei che ha “tutti i difetti, ma non sono dell'Inter”): entra, spacca, esce, ciao. Entra, assorbe la linea difensiva tirandosi addosso i centrali, apre il corridoio per Enzo Fernandez che fa il gol dell’1-1 che fa tremare un’Inghilterra di fatto demolita sette minuti dopo dall’incornata devastante di un Toro Loco che ha di fatto trascinato l’Albiceleste in questa assurda e impronosticabile cavalcata verso la finale e non meno importante verso la gloria eterna di una vittoria contro gli eterni rivali capeggiati da Harry Kane che non ha suerte nel domare questo “Toro loco, hai quel fuoco/Hai quel sole e le parole/Come fare, cosa dire/Devi solo farti capire”. E allora oggi che si è fatto capire forse l’Argentina ma anche l’Europa devono pronunciare qualche parola di scusa al ragazzo di Bahia Blanca, trascinatore capo della Scaloneta, secondo solo a Dios, Leo Messi.