Seguire Adani è un esercizio di Illuminismo residuale. Lo ascolto, mentre mangio, defeco o non riesco a dormire. Mi piace coglierlo quando si immola nella difesa di un calcio esteticamente bello, prima che vincente. Lele Adani è il bersaglio perfetto: l’eresiarca in un’epoca di conformismo camuffato da anticonformismo. Ed è proprio per questo che la sua figura diventa imprescindibile. “Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo”: così sintetizzava la scrittrice Evelyn Hall nel suo libro Friends of Voltaire. Eppure oggi, sui social, i servi del re - massa, plebe e peones - gli preferiscono Barabba. Lele Adani è il conclamato agnello sacrificale del bar sport digitale, di coloro che per tara odiano certi famosi. Ovunque lui apra bocca, a prescindere da ciò che dice, si alzano le croci. Non lo criticano: lo fustigano e crocifiggono ogni volta. Ed è anche merito del suo talento da animale della comunicazione: lui per primo sa benissimo che senza hater non diventi Gesù. La ferocia degli attacchi dimostra il suo valore. Se Adani risultasse irrilevante, lo si ignorerebbe. Invece lo si cerca, lo si cita, lo si sbeffeggia coi meme. La difesa di Adani è necessaria, perché il suo sapere è inconfutabile: ha giocato in Serie A, per anni, con tanto di convocazioni in Nazionale. Uno dei pochissimi, nel panorama di cronisti, opinionisti e influencer, ad aver calcato una palla per strapagata professione. Eppure questo dettaglio biografico - che dovrebbe essere un titolo di merito - nel dileggio dei plebei non gli viene mai riconosciuto. Anzi, diventa quasi un’aggravante. Certo, la sua retorica ruota intorno a un’idea di calcio ricorrente: palleggio, verticalità, mitologica Garra Charrúa e devozione a Lionel Messi elevata a teologia. Talvolta è volutamente ridondante, ma fa parte dello spettacolo. Del superamento di quel margine grigio di cui per decenni sono state accusavate le voci Rai: di non avere il pathos dei sudamericani, di quando eiaculano per almeno mezz’ora con quel “goooooooool”, oltre ogni pudore e contegno globalizzato.
Lo sconfinamento della sua giaculatoria può essere discusso. Ma c’è molto di peggio e intellettualmente disonesto, vedi certe testate e redazioni nazionali, votate al tifo per una sola squadra, che a Pyongyang farebbe arrossire. Adani paga per il peccato originale della competenza. Si preferisce il reel dell’ennesimo biondino da podcast che spiega come stanno le cose, piuttosto che ascoltare chi le domeniche varcava i tunnel dello stadio di San Siro. Sui social il metro di giudizio si è capovolto: credito illimitato a sedicenti esperti di calcio o peggio - cialtroni della geopolitica che fino a ieri confondevano Donbass con la Drum&Bass. È l’era in cui l’autorevolezza non tiene conto delle credenziali. C’è un meccanismo rilevato dagli psicologi sociali: il motivated reasoning: la mente umana non elabora i fatti per arrivare alla verità, lo fa per confermare la conclusione a cui è già arrivata con la pancia. Se ho deciso che Adani è un pallone gonfiato, il fatto che lui abbia giocato nella massima serie diventa un rumore di fondo, un dettaglio da rimuovere perché disturba la narrazione. La dissonanza cognitiva, va detto, non si risolve mai cambiando idea: si risolve cancellando il dato scomodo. È più economico, dal punto di vista mentale, che ammettere di aver sbagliato bersaglio. È lo stesso muscolo psichico che aggrega quella parte in noi più ricettiva al mito oscuro del sangue e del capro espiatorio. Produce adrenalina, offre pulsioni consolatorie che sovvertono la narrazione.
Sparare su Adani è più comodo che ammettere di aderire a un pregiudizio. La pigrizia cognitiva è l’unica vera fede di massa che non conosce crisi. Nel Medioevo si sputava alla strega in piazza, gesto rituale, purificatorio, gratuito. In certi angoli del mondo ci sono padri che portano i figli ad assistere a un’impiccagione pubblica, come fosse un passaggio educativo: il linciaggio come collante comunitario, la vittima sacrificale che serve a farci sentire tutti dalla parte giusta. Oggi sui social va di moda criticare Adani, perché lo fanno tutti, si ride perché è diventato un rito di appartenenza al gruppo giusto, quello di chi se ne intende, salvo poi non saper spiegare una diagonale difensiva o l’origine del ricorrente falso nueve. Lui era un difensore centrale e dunque non ha bisogno di essere difeso. Forte del grande bacino di devoti che lo seguono anche a teatro, dove emana la goliardia puzzona di Viva El Fùtbol, in cui tra l’altro riesce a tradurre la complessa e sempre più instabile dialettica di Antonio Cassano, quando usa a istinto termini, per lui innovativi, che ha sentito ripetere dai figli scolarizzati. Difendere Adani è un esercizio scomodo e controcorrente. In tempi di democrazia digitale assoluta, la competenza, se accompagnata da una passione sopra le righe, disturba. I detrattori vogliono fare parte di un noi virtuoso. Per loro è un rito catartico. Forse l’invidia per chi esce dal coro, come lui, unita alla pigrizia mentale di chi preferisce il conforto del branco. Le masse digitali amano odiare collettivamente: dà identità a buon mercato. Non serve avere ragione, basta avere tanti retweet contro qualcuno. Adani non è perfetto. La sua enfasi può scivolare nell’eccesso. Ma sono limiti dell’essere umano che ha una visione e crede in qualcosa, non di chi non ha nulla da dire. In un panorama di opinionisti intercambiabili, lui ha una voce riconoscibile al primo aforisma. E in Italia, le voci, prima o poi disturbano. Le masse continueranno a linciare, perché è più facile che riflettere e aprirsi alle verità di chi ha più competenza. Tanto Adani - nel nome della garra, del River Plate e di Mattías Almeyda - continuerà a dire quello pensa.