Jannik Sinner sta vivendo il suo primo bagno di folla da squalificato, tra sfilate accanto ad Anna Wintour e perfino un carro di carnevale a lui dedicato. Ma mentre il numero uno del tennis italiano sconta la sua sospensione, partita il 9 febbraio e in vigore fino alle 23:59 del 4 maggio, inclusi i quattro giorni già “pagati” per le due positività al Clostebol (10 e 18 marzo 2024), la narrazione si è ormai polarizzata. Chi ancora dubita che questi tre mesi lo renderanno un giocatore ancora più forte? Forse solo i nostalgici della giungla giapponese e Nick Kyrgios. A tracciare il piano per il suo ritorno è Marco Panichi, preparatore atletico di Sinner: “Poterci allenare per tre mesi di fila è una spinta incredibile. Lavoreremo a Montecarlo con un programma quasi da atletica leggera, curando ogni dettaglio”. Traduzione: Jannik tornerà in campo tirato a lucido, e dagli Internazionali d’Italia in poi, meglio farsi trovare pronti. Da Montreal, la Wada rompe il silenzio. James Fitzgerald, portavoce dell’Agenzia mondiale antidoping, ha scritto al Corriere per spiegare la posizione dell’organismo dopo il patteggiamento tra Sinner e l’Itia. La Wada inizialmente aveva chiesto da uno a due anni di squalifica al Tas di Losanna, ma ha poi avviato una mediazione con i legali di Sinner, culminata nell’accordo del 14 febbraio.

“Ci siamo resi conto che una sanzione di 12 mesi non sarebbe stata appropriata per un caso così particolare, determinato da circostanze molto specifiche” ha dichiarato Fitzgerald, riferendosi alla quantità minima di Clostebol rilevata nelle urine del tennista. Ed è proprio per situazioni del genere che nel 2021 è stato introdotto l’articolo 10.8.2 del Codice Wada. Secondo la Wada, l’accordo è stato un compromesso equo: “Il principio della responsabilità dell’atleta nei confronti del proprio team è stato ribadito, mentre l’atleta non ha ricevuto una sanzione eccessiva”. Ma Sinner non l’ha presa subito alla leggera: l’avvocato Jamie Singer ha raccontato che convincerlo ad accettare il patteggiamento non è stato semplice. Il punto è che Sinner paga per tutti, mentre chi ha materialmente introdotto la sostanza incriminata nella sua routine quotidiana è uscito indenne. La sequenza è nota: l’ex preparatore Umberto Ferrara ha portato lo spray negli Stati Uniti, riponendolo nel bagno della casa condivisa a Indian Wells, e l’ex fisioterapista Giacomo Naldi l’ha utilizzato senza le dovute precauzioni.

Entrambi, pur non essendo tennisti, erano soggetti al Codice Wada, che vieta al personale di supporto di “fornire assistenza, incoraggiamento o complicità in qualsiasi violazione antidoping”. Non solo: l’articolo 2.6.2 vieta anche il possesso di sostanze proibite, a meno che non sia giustificato da una “valida motivazione” o da un’esenzione terapeutica. E qui arriva il nodo. Nado Italia, che avrebbe dovuto valutare la posizione di Ferrara e Naldi, ha deciso di non aprire alcun procedimento perché, basandosi sulle motivazioni del proscioglimento Itia, mancava l’elemento dell’intenzionalità. Una scelta che si regge su una definizione molto specifica: il Codice Wada stabilisce che un’azione è intenzionale se chi la compie sapeva che costituiva una violazione o se, pur percependone il rischio, lo ha ignorato.

Ferrara, laureato in Tecniche farmaceutiche, ha dichiarato di aver avvertito Naldi dei potenziali rischi legati all’uso dello spray in casa. Naldi, dal canto suo, ha detto di non ricordare alcun avvertimento. Il risultato? Nessun provvedimento per nessuno. Secondo Fitzgerald, questo caso dimostra che il sistema antidoping funziona. Difficile essere d’accordo. La nuova versione del Codice Wada, in vigore dal 2027, abbasserà drasticamente le sanzioni per contaminazioni accidentali come quella di Sinner: la forbice andrà da un semplice rimprovero fino a un massimo di due anni di stop, eliminando la base minima di un anno. In altre parole, se questo stesso episodio si fosse verificato nel 2027, il numero uno italiano avrebbe potuto cavarsela con una pacca sulla spalla. Invece, oggi si ritrova con una sospensione che, oltre al tempo lontano dai campi, gli lascia un segno indelebile sulla fedina sportiva. Il patteggiamento, infatti, resta un’ammissione di responsabilità che peserà in futuro: in caso di una nuova positività, la pena raddoppierebbe automaticamente. Sinner sta vivendo tutto senza troppi proclami. Ma il messaggio che emerge è chiaro: il sistema antidoping punisce l’atleta, mentre chi gli sta intorno può permettersi errori senza pagarne le conseguenze. E questo, più che un deterrente, suona come un’ammissione di debolezza.