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Il metodo Trapani per far vincere il Pd: allearsi con la Lega e candidare (quasi) impresentabili. Lo strano caso di Tranchida manda in tilt la politica

  • di Francesco Gottardi Francesco Gottardi

1 giugno 2023

Il metodo Trapani per far vincere il Pd: allearsi con la Lega e candidare (quasi) impresentabili. Lo strano caso di Tranchida manda in tilt la politica
A Trapani, grazie all’apporto decisivo della Lega, il sindaco di centrosinistra (a parole) Giacomo Tranchida ottiene la riconferma: il Pd senza il Pd si rivela vincente. I dem locali si dicono “mortificati”. Quelli di più alto rango reclamano la vittoria. Schlein dribbla la questione. E pure per la destra il caso è spinoso: a perderci, di sicuro, è la politica, in un territorio in cui per altri motivi già non mancano le ombre e gli interrogativi

di Francesco Gottardi Francesco Gottardi

Lunedì gli exit poll avevano paventato lo scenario più clamoroso: Giacomo Tranchida, il sindaco uscente di Trapani sostenuto a destra e a manca (letteralmente), battuto al primo turno dallo sfidante meloniano Maurizio Miceli. Un autosabotaggio perfetto. Che tuttavia non si verificherà. Man mano che il conto delle schede procede, il quartier generale del primo cittadino passa dallo spavento al sollievo. Alla fine, Tranchida ottiene il 42,5% dei voti contro il 37,2 di Miceli: gliene bastava il 40 per venire rieletto al primo turno. Ma è stata una vittoria di Pirro. E di nessuno. Perché Tranchida, che si professa civico di centrosinistra, ha fatto salire sul carro un po’ tutti: pezzi di Lega, alfieri di Elly e altre controverse figure. In tutto il paese, da queste amministrative il centrosinistra è uscito a con le ossa rotte. Delle grandi città al voto, ne ha portate a casa soltanto cinque su 18. E una, Trapani, non la può nemmeno rivendicare. Anzi. “Qui il Pd è stato mortificato”, attacca all’indomani Domenico Venuti, il segretario provinciale dei dem. “Non è stato possibile correre con il nostro simbolo, alcuni dirigenti hanno obbedito al diktat mentre altri hanno preferito dirottare sulla candidatura di un altro nostro uomo di partito come Francesco Brillante”, che si è fermato al 13,6% dei consensi. “Quindi Tranchida fa bene a dire di aver vinto senza Pd. Ma dimentica che nella sua coalizione c’era il Carroccio sotto camuffate spoglie. E qualche padrino in giunta regionale”. Il riferimento, nemmeno tanto velato, è a Mimmo Turano: assessore leghista in Sicilia, che attraverso la lista “Trapani tua” – la più votata dell’intero pacchetto – ha garantito la rielezione di Tranchida. Il sindaco, incalzato da Repubblica, si è appellato “alla coerenza” e al fatto che la lista di Turano “esisteva già nel 2018”. Dunque, perché non perseverare.

trapani palazzo senatorio municipio
Il municipio di Trapani

Il caso non è meno imbarazzante per il centrodestra. Titolo forte: il candidato di Fdi e Forza Italia ha perso per colpa della Lega. A questo punto si attende la mossa del governatore Renato Schifani, che potrebbe revocare le funzioni di Turano come chiedono i dirigenti meloniani. Ma intanto il danno è fatto. E si propaga a catena dalla regione al comune, secondo un miscuglio indecifrabile, figlio del nepotismo o della malapolitica. Perché nel carrettu di Tranchida c’è di tutto. A partire dagli antichi portaborse di Paolo Ruggirello: l’ex deputato regionale del Pd fresco di condanna a 12 anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa, come abbiamo raccontato su Mow a più riprese. Nella lista “Trapani tua”, tanto caldeggiata da Turano, c’è infatti Nicola Sveglia, nipote e delfino di Ruggirello. Lui non ha raggiunto i numeri necessari per entrare in Consiglio comunale. Peppe La Porta, capolista di “Trapani al centro”, invece sì: alle elezioni locali è un risaputo campione di preferenze sin dal 2012. All’epoca, rappresentava la lista presentata da Ruggirello. Oggi fa il gioco di Tranchida.

Com’è possibile allora che il nuovo integerrimo Pd proclamato da Schlein possa caldeggiare un simile sindaco, anche solo indirettamente? È vero, i dem di Trapani prendono le distanze. Ma dietro la rielezione di Tranchida c’è pure Dario Safina, già suo assessore nella precedente giunta, con tanto di ennesima lista civica – “Uniti per Trapani” – a sostegno del primo cittadino. Risalire fino a Elly è semplice: Safina è deputato del Pd in Sicilia e della sua amicizia con Peppe Provenzano, vicesegretario nazionale, non fa mistero. Ha festeggiato l’esito delle urne. Poi, mercoledì, ha diffuso una nota stampa ai limiti dell’indignazione: “La cosa che mi sorprende maggiormente”, scrive Safina, in risposta al fuoco amico di Venuti, “è che nel mio partito non si riesca a fare opera di autoanalisi politica. C’è di fondo un’ambiguità del gruppo dirigente provinciale che non fa altro che penalizzare il nostro radicamento sul territorio. Mi chiedo come si possa analizzare diversamente da tutto il resto del paese quella che è evidentemente una strategia vincente del Pd di Trapani che, notoriamente, ha costruito due liste a supporto del sindaco e vi ha fatto transitare dirigenti locali che sono riusciti a dare man forte e credibilità allo stesso Pd”.

È un capolavoro di faccia tosta. Safina parla di credibilità: ma quale credibilità ci può essere nell’abbracciare questa coalizione? Tra gli assessori designati da Tranchida c’è anche Rosalia D’Alì, nipote di quell’Antonio ex sindaco di Trapani e parlamentare di Forza Italia oggi condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa. È una donna di destra. E di destra, in barba alle dichiarazioni di facciata, sono anche le posizioni del sindaco in merito a una lunga serie di tematiche tanto care a Schlein: Tranchida nega il riconoscimento delle famiglie arcobaleno, strizza l’occhio alle associazioni pro-life e benedice infiorate contro l’aborto. Senza nemmeno scomodare padrini, spintarelle leghiste e controversie varie.

Durante il tour elettorale in Sicilia, Elly ha fatto tappa in ogni capoluogo di provincia al voto. Tranne a Trapani. Allora i casi sono due: o si tratta di una svista tattica madornale, stando a sentire le orgogliose rivendicazioni di Safina; oppure la segretaria ha voluto deliberatamente stare alla larga da certe tempeste. Ma intanto tace. E chi tace, si sa, è complice.

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