La storia è questa, è più ampia e anche più personale allo stesso tempo: riguarda un principio generale, quello della libertà radicale di parola, e un principio soggettivo, individuale, che ha a che fare con la propria formazione. Come conciliare l’idea che Leonardo Caffo abbia diritto di parola, non solo perché condannato a un solo grado di giudizio, ma perché anche a sentenza definitiva nessuno (né Cospito al 41bis né il bambino beccato a mentire dalla mamma) merita di venir silenziato; e la convinzione intima, personale, emotiva, che tutto sommato quella del podcast è una scelta che avremmo potuto evitare di prendere? Come dice Thomas Mann, “la personalità consiste nell’essere qualcuno, non nell’avere opinioni”. Questo vuol dire, a volte, sentire la pressione della coerenza interiore, quella che non viene dettata da nessuna logica filosofico-politica oggettiva. Il principio generale della libertà radicale di parola, cioè, non sempre basta.
Così Leonardo Caffo, che ha diritto di parola, per me non avrebbe dovuto avere lo spazio di un intero podcast di MOW. Perché è vero, di certo crea un buco nel procedimento lineare dei ragionamenti dei benpensanti, che non riescono a capire MOW senza definirci fascisti o immondizia (che è poi dire la stessa cosa). La domanda che mi interessa, però, è un’altra: è questo il bug che ci serve, è l’errore di sistema che MOW deve e può creare in questo momento? Leonardo Caffo per me può essere colpevole o no, ma la scelta di affidargli un podcast in questo momento inevitabilmente ci costringe a essere meno ingenui di quanto vorremmo se prestassimo fede solamente ai nostri valori ideali: impossibile ridurre la presenza di Caffo a una pura difesa della libertà di espressione. Questa difesa si interseca inevitabilmente con simboli e discorsi più o meno di potere che riguardano Caffo, MOW, che la gente legge o – come ho visto in giro, data la diffusione, è costretta a leggere – e i singoli giornalisti e redattori. E Caffo lo sa, avendo studiato Foucault. Abbiamo visibilità, la stessa che in tanti ci chiedono di “condividere”, abbiamo gli strumenti per raccontare qualcosa. Noi scegliamo di raccontare quel che dice Caffo in un momento in cui Caffo è il cattivo della storia. È una goliardata mascherata da difesa di chi la pensa diversamente da noi o è davvero una battaglia di civiltà? Ce lo possiamo chiedere e infatti molti di noi se lo sono chiesto.

Scomodo una parola andata fuori moda, Spirito. Per Hegel è l’autosuperamento di se stessi, è attraversare la contraddizione. Questo è il motivo per cui chi scrive lo fa su MOW, non sotto ai post di chi ci ha criticato. La dialettica, la democrazia, è sempre interna, mai esterna. Quando è esterna si chiama terrorismo. Io non sono un terrorista, quindi scrivo a MOW, su MOW, come ho imparato a fare negli anni e come non potrei fare in altri giornali, e parlo di ciò che mi indentifica come essere umano: non il formalismo liberale e il garantismo assoluto, quello che mi spinge a credere che avere un podcast di Caffo non sia un problema a conti fatti (fosse stato colpevole di furto avremmo ricevuto le stesse critiche?); non il formalismo, dicevo, ma il mio carattere, blandamente insofferente e sostanzialmente cattolico, per niente meccanico nel modo di usare gli strumenti che ho per giudicare questioni simili. Ho usato termini complicati, ho scomodato grandi concetti, e il motivo è che la democrazia è complicata e realisticamente deve permetterci di convivere non solo con la libertà ma anche con la censura. Ci ritornerò perché il discorso è difficile. Per me avremmo potuto censurare Caffo.
La questione è complicata, dicevo, perché non riguarda questo caso ma quasi tutto ciò che si fa nell’ambiente culturale oggi: bisogna schierarsi, fare la mossa giusta, essere certissimi di ciò che è sbagliato e cosa no. E, soprattutto, non bisogna più discutere. J. K. Rowling non vuole bene agli individui transgender? Boicottiamola. MOW ospita Leonardo Caffo? Boicottiamo MOW. Molti di coloro che ci criticano hanno nel tempo ripreso le nostre interviste, i nostri interventi o sono stati intervistati, sono intervenuti su MOW. Lo hanno fatto prima di Caffo, quando MOW comunque era la stessa cosa. Per noi scrivono o hanno scritto persone tali e quali a Caffo che evidentemente andavano bene, come vanno bene quando scrivono per altri quotidiani che invece non vengono boicottati dalla mattina alla sera. Andavano bene anche a me? Sembra di sì. Perché realisticamente il giornalismo è anche questo, così come è scrivere di Alexandre Koyré ed Elon Musk un giorno e di gossip il giorno dopo. È quel che si fa oggi, in un giornale che cresce nonostante i social; un giornalismo che non viene capito e che spesso anche io non capisco; ma fa parte del gioco.

Allora perché con Leonardo Caffo è diverso? Forse perché mi trovo in quel momento esatto della linea temporale in cui questa collaborazione inizia, non devo solo accettare ma la vedrò nascere. E quindi mi sento di dover dire la mia. Di raccontare questa storia di dilemmi e dibattiti. Di dire che non sono d’accordo, ma non per i motivi che sbandierano gli altri, come aver dato voce a un condannato in primo grado per maltrattamenti, ma perché anche le cose giuste in linea di principio possono essere vissute come sbagliate, perché siamo umani e va bene così e io accetto che si possa dare arbitrariamente valore una volta al principio generale e un’altra a un principio personale. E rivendico, a differenza di chi vorrebbe vedere solo due schieramenti, il loro e quello di chi non la pensa allo stesso modo, anche la possibilità di non essere d’accordo con MOW.
Infine provo ad astrarmi, in testa ripercorro le critiche fatte a Leonardo Caffo quando ho seguito la vicenda di Più Libri Più Liberi e quelle che in questi giorni arrivano dai social. Gliele giro: ti senti davvero vittima di un sistema, di una gogna, di una battaglia ideologica contro di te? E poi: ti senti davvero baluardo di chi difende la libertà di parola? O forse sei, come sei stato l’oggetto del desiderio di chi ha chiesto la tua testa, semplicemente l’oggetto del desiderio di te stesso, incapace di immaginarti senza nulla da dire e senza uno spazio per scrivere, spazio che finora ti è sempre stato concesso da un certo establishment e che ora, in un tentativo di ribrandizzarti, stai cercando altrove?
