Alt al Comune di Bologna. Anche per la demagogia c'è un limite, ma è comunque superiore ai 30 km/h che erano stati imposti. Lo dice il Tar in una sentenza che ancora una volta dà alla Meloni e ai suoi l'occasione di dire alla sinistra “te l'avevo detto”.
La questione nasce da uno studio dell'Oms che dice che il rischio di morte per un pedone investito a 30 km/h è del 10%, mentre a 50 km/h supera l’80%. Da qui l'idea, già usata in altre grandi città europee di abbassare il consueto limite di 50 km/h nelle strade urbane a 30 km/h. L'eccezione diventa regola. Un limite però non limitato solo alle aree densamente popolate ma esteso indiscriminatamente a tutte le strade cittadine.
La solita bandiera di buonismo senza riflessi di praticità. Secondo il Tar infatti l’intervento del Comune sarebbe stato sproporzionato. Sarebbe bastato limitarsi a singole strade che hanno specifiche condizioni di traffico o altri requisiti che per la legge giustifichino l’abbassamento del limite di velocità, come la vicinanza a scuole, parchi o aree densamente abitate. Di norma il limite di velocità nei centri abitati è di 50 chilometri orari, e può essere abbassato in certe strade o tratti di strada e solo con presupposti specifici. Inoltre i provvedimenti con cui sono stati istituiti i nuovi limiti di velocità sarebbero stati troppo generici. Estendere il limite a tappeto è solo una scelta ideologica. Senza contare poi che, secondo vari commenti social, all'atto pratico a Bologna cambierebbe poco, visto che il limite non lo rispettava nessuno.
Se poi è vero che nel 2024 dall'introduzione di “Bologna 30” nel capoluogo emiliano il numero degli incidenti è diminuito del 13,1 per cento rispetto alla media dei due anni precedenti e soprattutto non sono stati uccisi pedoni per la prima volta da almeno 33 anni, cioè da quando sono disponibili i dati. È anche vero che nel primo semestre del 2025, gli ultimi dati ufficiali a disposizione, il numero dei pedoni investiti e uccisi è tornato a 4, addirittura più che nel 2021 e nel 2022.
Una misura che è diventata anche terreno di scontro politico e che, alla luce della sentenza, ha dato ancora una volta alla destra l'occasione di dimostrare maggiore pragmatismo e vicinanza alla realtà.
La sentenza del Tribunale Amministrativo nasce da un ricorso di due tassisti che, sostenuti da Fratelli d'Italia avevano contestato come l’obbligo di rispettare il limite dei 30 chilometri orari in città comportasse tempi di percorrenza quasi doppi, con il risultato di ridurre corse e guadagni rispetto a prima (uno dei due aveva poi ritirato il ricorso). Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini non ha perso l'occasione di mostrarsi felice per la pronuncia: "Il nuovo codice della strada approvato un anno fa dimostra la nostra attenzione alla sicurezza stradale, che però va fatta con buonsenso e non con provvedimenti ideologici che danneggiano i cittadini e tradiscono lo spirito delle Zone 30, pensate appositamente per proteggere alcune aree sensibili". Mentre l'amministrazione bolognese tira dritta, con il sindaco Matteo Lepore che annuncia: "La Città 30 andrà avanti, ce lo chiedono le vittime della strada. La sentenza del Tar pone questioni burocratiche sugli atti alle quali siamo pronti a rispondere, ma conferma una cosa importante: la funzione pianificatoria del Comune sui limiti di velocità”. Il Tar infatti non ha annullato la misura in sé ma la legittimità del modo in cui è stata applicata. Il Comune potrebbe ora decidere di adottare nuove misure per istituire il limite a 30 strada per strada, motivando ogni caso specifico.
E ora le multe?
La domanda ora è, ma i poveri sfortunati che sono incappati nell'autovelox? Per quelli che hanno già pagato toccherà turarsi il naso e mandarla giù. Il pagamento della sanzione amministrativa viene infatti considerato come una sua accettazione. Diverso il discorso per le multe non ancora definitive, cioè quelle non ancora pagate o che sono state impugnate. Queste devono essere annullate. Ma piano a cantare vittoria. La decisione del Tar non è ancora definitiva, e il Comune potrà opporre ricorso al Consiglio di Stato entro 60 giorni. In questo caso l'amministrazione potrà richiedere che la decisione del Tar venga sospesa fino alla decisione del Consiglio di Stato. Se anche la massima autorità amministrativa darà torto al Comune emiliano toccherà alle casse pubbliche far fronte alla bandiera ideologica issata da Lepore.