Donald Trump ha un piano preciso in mente: usare i dazi per proporre, o meglio imporre, un nuovo accordo alle principali economie del mondo, ovvero Europa, Cina e Giappone. Le tariffe che il presidente statunitense ha imposto su decine e decine di Paesi non servono semplicemente a invertire i flussi commerciali, né tanto meno sono dettate soltanto dalle antipatie personali del tycoon. E allora? Per capire la loro reale utilità dobbiamo fare due cose. La prima consiste nel guardare al ruolo dollaro: non una valuta qualsiasi, bensì la moneta degli Stati Uniti, la più utilizzata nelle transazioni internazionali e parte integrante delle riserve valutarie delle banche centrali di gran parte del pianeta. La seconda comprende invece l'attenta lettura di un articolo scritto da tale Stephen Miran, da poco nominato presidente del Consiglio dei consulenti economici di Trump. Le 41 pagine che compongono A User’s Guide to Restructuring the Global Trading System (qui la versione integrale) illustrano, nei minimi dettagli, il piano che Washington vorrebbe adottare per arrivare a un accordo internazionale di vasta portata per ridefinire il ruolo degli Usa nell'economia internazionale. Ci sarebbe addirittura chi avrebbe già soprannominato questo accordo “Accordo di Mar-a-Lago”, un eco neanche troppo velato dell'Accordo del Plaza degli anni '80. Per maggiori informazioni chiedere al Giappone, in quel periodo era una specie di Cina ante litteram. Il famigerato Plaza Accord fu firmato nel 1985 dai ministri delle finanze e dai governatori delle banche centrali di Stati Uniti, Giappone, Germania Ovest, Francia e Regno Unito; deprezzò il dollaro rispetto alle altre principali valute - come lo yen giapponese e il marco tedesco - bilanciò il valore del biglietto verde a livello mondiale e innescò la bolla speculativa e la crisi economica che demolirono la potente economia giapponese, all'epoca minaccia numero uno per gli Usa.

Oggi la minaccia economica numero uno degli Usa si chiama Cina. E allora ecco che Mr. Miran – pur senza mai nominare esplicitamente Pechino – ha realizzato un vademecum che l'amministrazione Trump dovrebbe seguire per ristrutturare il sistema commerciale del mondo. L'idea alla base del fantomatico Accordo di Mar-a-Lago è che la grande valuta degli Stati Uniti, il dollaro appunto, sarebbe sopravvalutata. Questa condizione avrebbe reso i prodotti americani meno competitivi all'estero e contribuito al grande deficit commerciale degli Usa. Washington vorrebbe adesso ridurre il valore del biglietto verde per aumentare la competitività delle proprie esportazioni e abbattere il deficit. Nell'articolo di Miran si suggeriscono due modi per riuscire nell'intento: un grande accordo multilaterale o un'azione unilaterale. Nel primo caso gli Stati Uniti dovrebbero negoziare con altre grandi economie – le citate Cina, Europa e Giappone – per convincerle a vendere titoli in dollari e scambiarli con obbligazioni a lungo termine. A che fine? Per far aumentare l'offerta di dollari sul mercato abbassandone il valore. Nel secondo caso, da attuare se la pista uno non dovesse essere agibile, gli Usa potrebbero intraprendere azioni in solitaria, per esempio imponendo tasse sulle riserve di dollari detenute da altri Paesi. È qui che entrano in gioco i dazi: secondo Miran, gli Stati Uniti dovrebbero prima usare la pressione tariffaria per creare una leva negoziale e poi attuare gradualmente gli aggiustamenti valutari.

Un tasso di cambio troppo forte, insomma, eroderebbe la competitività delle esportazioni penalizzando la produzione americana e diventando un problema di sicurezza. “Da una prospettiva commerciale, il dollaro è costantemente sopravvalutato, in gran parte perché gli asset in dollari funzionano come valuta di riserva mondiale”, ha scritto Miran. “Questa sopravvalutazione ha pesato molto sul settore manifatturiero americano, mentre ha beneficiato i settori finanziarizzati dell'economia”, ha aggiunto l'economista. I dazi sulle importazioni renderebbero l'import più costoso e incentiverebbero la produzione interna, ma non promuoverebbero le esportazioni Usa; una svalutazione del dollaro, ha evidenziato Bloomberg, otterrebbe invece entrambi gli aspetti. L'amministrazione Trump potrebbe dunque cercare un accordo simile all'Accordo del Plaza con i principali partner commerciali esteri per ammorbidire il dollaro. Ma se venisse mai raggiunto un accordo di questo tipo, quale sarebbe l'impatto sui grandi rivali economici percepiti dagli Usa? Quattro decenni fa l'Accordo del Plaza innescò il tracollo giapponese...
