Dazi amari, dazi e controdazi. In ogni caso, adesso sono dazi nostri. Donald Trump, con le sue mosse di wrestling finanziario, ha spettinato i mercati mondiali. Le borse crollano, le multinazionali impazziscono e pensano a come spostare le produzioni, l'Europa prova a metterci una pezza, l'Italia di Giorgia Meloni è preoccupata ma non vede la catastrofe, il mondo dell'enogastronomia si incazza. Il quotidiano Domani ha titolato che Trump ha messo fine alla globalizzazione, ma davvero è la morte del libero mercato? Sul serio bisogna cadere in un vortice depressivo di ansia finanziaria? Secondo Guido Maria Brera, manager co-fondatore di Kairos e autore di libri di successo, tra cui Diavoli da cui è stata tratta l'omonima serie televisiva, la risposta è no. Ha spiegato la sua tesi con un messaggio vocale inviato a Mario Calabresi, mandato in onda nel podcast mattutino 6:30 di Chora Media. Ecco cos'ha detto.


Come racconta Mario Calabresi nell'introdurlo, la sua tesi è poco mainstream, ed è questo a renderla interessante, a prescindere dall’autorevolezza del personaggio. Secondo Brera, “Al di là degli indici che sono crollati, dei tantissimi soldi di capitalizzazione bruciati e delle borse nel panico, la scelta di Trump è stata molto smart. Ciò che ha fatto Scott Bessent, ministro dell'economia americano, è stato sacrificare una torre per vincere la partita”. La metafora scacchistica rende, ma vediamo in che misura. “Il suo obiettivo, quando è arrivato alla Casa Bianca, era di ridurre il debito pubblico statunitense. Doveva fare solo quello, e l'ha fatto. È riuscito a ridurre le aspettative di inflazione, oggi i sauditi hanno perfino aumentato la produzione di petrolio. Ha mandato il Paese in una mini-recessione, però questo ha consentito di ridurre l'inflazione e di ridurre drasticamente i tassi d'interesse. Sia a lungo termine, risparmiando un sacco di soldi sul rifinanziamento del debito, sia nel breve termine, perché adesso la Federal Reserve può fare tre tagli di tasso, e in più è anche riuscito a deprezzare il dollaro per aumentare la competitività”. E per quanto riguarda l'Europa?

Guido Mario Brera continua: “L’Europa secondo me risponderà in maniera scomposta e in ritardo. Dovrebbe invece rispondere colpendo le Big Seven, le piattaforme, mettendo i dazi sui servizi, sugli algoritmi, impattando sulla colonizzazione digitale che l'Europa ha subìto. Ma non lo farà, perché i lobbisti a Bruxelles saranno già al lavoro affinché questo non avvenga. La seconda mossa di Trump, invece, sarà quella di spaccare l'Europa: andrà a negoziare Paese per Paese. Ha già iniziato a farlo con l’Inghilterra e andrà avanti. Qual è la differenza tra il primo Trump e il Trump di oggi? Che il primo Trump ha guardato il mercato azionario, quindi ha fatto un taglio di tasse per le famiglie e per le corporates, le società, poi in seguito ha pensato di portare avanti una politica commerciale di dazi soprattutto contro la Cina. Il secondo Trump invece è arrivato con un debito pubblico fuori controllo, questa è la verità, e con un tasso di interesse troppo alto, per cui ha dovuto sacrificare il mercato azionario e favorire il mercato obbligazionario. Infatti, da quando c'è lui, il mercato obbligazionario ha fatto molto bene, i tassi sono scesi di molto, quindi adesso potrà affrontare il mercato azionario. Questa volta quindi la fase uno è stata quella dei dazi, e contemporaneamente ha anche portato il Paese in recessione, facendo in modo che la Federal Reserve potesse tagliare i tassi e distruggere l'inflazione. La fase due sarà quella di ricostruire la fiducia nei mercati, ma sarà difficile. Diciamo che la prima mossa è stata smart perché ha voluto giocare all'inizio la partita più difficile, che era quella di avvitare bene il debito pubblico nel modo migliore, e di sacrificare soltanto momentaneamente l'economia americana”.
