Guy Ritchie è di nuovo tra noi. Forse non se n’era mai andato. Il ministero della guerra sporca è stato una delusione, per noi che lo amiamo. Ma con The Gentlemen, uscita come Il ministero ad aprile 2024, già si era visto che il periodo, dal punto di vista creativo, stava tornando positivo. Young Sherlock è più una versione gattopardesca del Ritchie che fu: tutto è cambiato affinché tutto rimanesse uguale. Non si può più permettere la scorrettezza degli inizi, quella di Snatch, dove sfiora i limiti del razzismo parlando degli zingari e altre amenità. Ora è un Ritchie mai così inglese. È lui a dirigere i primi due episodi della serie uscita su Amazon Prime Video. Per il resto, di suo c’è il tocco, l’impostazione generale. La cornice. E, ovviamente, il personaggio. Sherlock Holmes è il suo uomo. Forse un mezzo alter-ego: veloce nella risposta, arguto (inglese, molto inglese), sognatore di trame. È una serie che deve molto all’immaginazione: sia perché il suo protagonista la utilizza come arma, sia perché il rapporto tra realtà e finzione diventa una chiave narrativa necessaria all’incastro della vicenda. Siamo, ovviamente, a Londra. Il giovane Sherlock Holmes (Hero Fiennes Tiffin) è la pecora nera (per il genio, non solo per l’attitudine autodistruttiva) della famiglia. Viene recuperato dal carcere dove si trovava rinchiuso con l’accuso di furto da suo fratello Mycroft (Max Irons). Svolgerà un periodo di recupero a Oxford come fattorino per l’università. La novità proviene dall’est: la principessa cinese Shou’an arriva portando con sé una preziosa versione dell’Arte della guerra di Sun Tzu (José Mourinho, estimatore del saggio, avrà apprezzato). La missione della principessa però è un’altra: farsi giustizia.
Quattro apostoli sono al servizio del rettore di Oxford, Sir Bucephalus Hodge, interpretato da Colin Firth, scopritori di una formula chimica che può cambiare le sorti di tutte le guerre da lì a per sempre. Ma il male è roba di famiglia. La madre di Sherlock, Cordelia (Natasha McElhon), è in un ospedale psichiatrico, sente voci e ha delle visioni. Il trauma irrisolto è quello della sparizione della figlia e sorella di Sherlock, Beatrice, scomparsa in circostanze poco chiare durante una giornata al fiume. Le ultime parole alla bambina le rivolge Silas (Joseph Fienens), il padre. Da metà della prima stagione in poi sarà lui il vero personaggio da scoprire. A fianco di Sherlock c’è James Moriarty (Dònal Finn), futuro nemico del detective, per il momento compagno di insubordinazione all’università. Le due menti unite proveranno a sciogliere il nodo del mistero. A cosa punta Shou’an, chi sono i buoni e i cattivi, cosa c’entra il governo inglese?
Poteva metter su una classica storia scorretta, Guy Ritchie. Invece, senza calarsi nel genere “impegnato”, nelle varie puntate lascia scorrere temi fondamentali (e buoni per il successo di una serie nel 2026) come il colonialismo (l’Impero britannico coinvolto in affari ambigui ben lontani da Londra), la posizione della donna nella società inglese del tempo, la salute mentale. Young Sherlock piega dall’interno, senza stravolgerlo, un genere e un personaggio fortemente inglesi: il giallo e il detective per antonomasia. Un genere stressato anche dai titoli dei vari episodi, che ripete la struttura: “Il caso di”. L’altra potenza dell’audiovisivo, Netflix, perde un autore che ci aveva già fatto godere con The Gentlemen, concentrandosi sul film di Peaky Blinders e l’ascesa di Thomas Shelby. Guy Ritchie ora è su Prime Video. Sono tempi inglesi, tra Knives Out e i banditi di Birmingham. Il regista perde in arroganza ma guadagna in maturità. Moderato ma non scialbo. Young Sherlock è, prima ancora che una buina serie, una buona sintesi: si può essere volgari con stile. O meglio: si può essere sporchi anche in doppiopetto.