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29 maggio 2024

Ok che Red Bull “ti mette le ali”, ma non sta esagerando con gli sport estremi? Vale davvero tutto per farci bere la sua bibita? Il fatturato dice che…

  • di Jacopo Tona Jacopo Tona

29 maggio 2024

Red Bull sponsorizza ogni cosa che si muove, meglio se in condizioni estreme e quindi anche pericolose: oltre alla Formula 1 e la MotoGp, si va dal base jumping alle challenge acrobatiche, con i momenti più hardcore che vengono veicolati sui social. Una strategia di marketing che funziona, ma fino a che punto ci si può spingere per vendere una bibita?
Ok che Red Bull “ti mette le ali”, ma non sta esagerando con gli sport estremi? Vale davvero tutto per farci bere la sua bibita? Il fatturato dice che…

La strategia comunicativa di Red Bull è da sempre incentrata sugli sport estremi, ma non è che sta un po' esagerando? Il marketing finora ha funzionato, bisogna renderne atto. La bevanda alla taurina ha un effetto energizzante, e si abbina benissimo al pubblico in cerca di adrenalina. Il problema, o la bellezza, degli sport estremi però è che un limite non può esistere. E la bellezza, o il problema, delle strategie di marketing è che il loro fine è quello di vendere un prodotto, in questo caso una bibita. Funziona, e non poco, perché Red Bull è un mostro di vendite. La ditta ha dichiarato, per l'anno 2023, un fatturato di 10 miliardi e mezzo di euro, grazie a "vendite eccezionali in quasi tutti i mercati Red Bull del mondo, una gestione dei costi puntualmente efficiente e il rafforzamento degli investimenti del marchio", ovvero, una copertura sportiva che va ben oltre il team di F1.

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Il salto nello spazio di Felix Baumgartner, pagato cinquanta milioni da Redbull per lanciarsi, superando la velocità del suono, da un'altitudine di 38964 metri, dentro una capsula sospesa portata su da un pallone pieno d'elio. Le gare di downhill urbano, le soapbox rafe con i carretti improvvisati. Il base jumping, ovvero il lancio nel vuoto con paracadute o tuta alare, uno sport che si stima abbia causato 382 vittime dalla sua nascita, nel 1981. Le acrobazie al limite fatte in snowboard. O ancora l'FMX, il freestyle motocross. I Redbull Rampage in MTB, con questi ciclisti che saltano giù da trampolini posizionati in mezzo alle montagne. Il Red Bull cliff diving, che era passato anche per Polignano a Mare, in Puglia, con i pazzoidi che si tuffano dalle sciogliere. Il Red Bull Can You Make it 2024, una prova di viaggio che attraversa tutta Europa in stile Pechino Express. Poi i Red Bull 64 Bars con i rapper, forse l'unica sponsorizzazione in cui il pericolo è finto, anche se ostentato. Per il resto è vero, i partecipanti sono tutti professionisti, ma fino a che punto è ammissibile che un brand di bibite energetiche sponsorizzi eventi del genere?

Il base jumping con la tuta alare
Il base jumping con la tuta alare

Red Bull sponsorizza di tutto. Ottocento atleti, tra cui superstar come Max Verstappen e Marc Marquez. Diverse squadre di calcio, in Germania, Austria, Stati Uniti e Brasile. Alcuni stadi, come quelli di Lipsia dove si giocheranno alcune partite degli europei 2024 di calcio. Hockey su ghiaccio, esports e MotoGP. Poi gli sport estremi, che sono una grossa fetta di mercato da coprire. Non c'è nulla di strano in questo. Gli amanti dell'adrenalina sono molti, e gli sport estremi sono comunque qualcosa di spettacolare, da vedere. Il problema si pone nel momento in cui si vedono filmati di gente che vola giù dalla moto dopo il salto, che si rompe la testa o le gambe. In casi come questi cosa succede alla reputazione del brand? Nulla, con buone probabilità, ma qualche dubbio sorge. Soprattutto sulla smania di sponsorizzazione che affligge il marchio Red Bull. Questo lo possiamo dire, che a forza di vederlo dappertutto andrà anche bene che nessuno si sia rotto ancora la testa, ma noi ci siamo rotti qualcos'altro.

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