Trasformare lo sport in una metafora della vita è un esercizio molto rischioso. Un po’ perché non è vero che in pista vincono “sempre” i migliori, un po’ perché le regole delle discipline sportive sono troppo rigide per contenere le variabili della vita fuori dai campi, oltre il novantesimo o il taglio del traguardo. È vero invece che lo sport è una buona unità di misura per valutare momenti e atteggiamenti di un popolo in un determinato momento. Non l’unica chiave di lettura, ma una delle possibili e forse più efficaci. Il confronto che Aldo Cazzullo fa sul Corriere della sera è per antitesi: da una parte tutto il meglio dell’Italia, dunque le vittorie e i successi (individuali e di squadra) agli Europei di nuoto a Parigi e agli Europei di atletica a Birmingham; dall’altra il peggio (o al massimo il meno peggio) della politica italiana e del dibattito sulla “bomba d’amore” regalata da Valter Lavitola a Sigfrido Ranucci. Nel nuoto siamo arrivati secondi nel medagliere (con più podi), nell’atletica siamo primi. Ai vertici in discipline che “non lasciano spazio all’estro, alla fantasia, all’improvvisazione, e neppure (salvo rari casi) alle valutazioni degli arbitri”, dice Cazzullo. E in entrambe le manifestazioni i fenomeni della nostra squadra non hanno deluso, ma l’oro nella 4x400 a Birmingham ha dimostrato che dietro alle prime linee c’è un movimento che funziona. Una bellezza che stona con la bruttezza dei video realizzati con Ia da Roberto Vannaccius nelle vesti di imperatore distopico.
A questa considerazione, corrispondono i fatti: “A Ferragosto Rai2 ha vinto la serata tv proprio grazie all’atletica, con il 16% di share”. E i fatti sono basati sui talenti. Cazzullo passa in rassegna nomi e storie delle 65 medaglie vinte ai due Europei: da Nadia Battocletti, fuoriclasse assoluta figlia di un maratoneta trentino e di un’ottocentista marocchina”, Larissa Iapichino, “oro nel salto in lungo, è la figlia di Fiona May”, o Fausto Desalu, “l’italiano più veloce sui 200 metri dopo Mennea” cresciuto a Sabbioneta ma “di origine nigeriana”. Così come contribuiscono a distruggere il parametro dei “tratti somatici” propri dell’“italianità” Mohamed Soudassi, Dariya Derkach, Sofija Jaremčuk, Alexandrina Mihai, Andy Diaz e Zane Weir. Generazionale, invece, il discorso per il nuoto. Il team azzurro è fatto da veterani e campioni affermati come Niccolò Martinenghi e Simona Quadarella e giovani già vincenti, in primis Sara Curtis, oro e record del mondo nei 50 dorso.
“Perché anche questo va detto: la crescita sportiva è sempre anche una crescita culturale”, chiude Cazzullo sul Corriere. Basta vedere l’inglese perfetto di Gianmarco Tamberi e Derkach per vedere la differenza con altre dimensioni fallimentari del tricolore. I calciatori, fuori dal Mondiale per la terza volta, nelle ultime due edizioni a cui abbiamo partecipato fuggivano dai microfoni “perché di inglese non sapevano una parola”. Una scena “ci ricorda la necessità di rifondare le basi tecniche e anche umane del nostro calcio” e allo stesso tempo certifica “che essere italiani può rivelarsi una forza pure nello sport, come dimostrano i successi di altre discipline, dal boom del volley e del tennis alla rivalità infinita tra le tigri del nostro sci, Brignone e Goggia”. Tutto il brutto: il calcio, Vannaccius e le bombe d’amore. E tutto il meglio: 65 medaglie di atlete e atleti.