“Hey boy: don’t miss”. Non sbagliare, ragazzo. Jamie Vardy deve essersi guardato varie volte allo specchio nel corso della sua carriera. Dal sobborgo di Sheffield alla Championship è stata dura. Arriva lì, quasi al top, e si sente cadere: non è pronto. Beve troppo, instabile, inaffidabile, ora nemmeno segna più. Abituato a spaccare le reti ogni weekend, tra i migliori diventa uno come tanti. Arriva lei che ora è sua moglie, trova l’amore, diventa padre; Jamie mette ordine fuori dal campo per rimanere elettrico dentro, dove può portare il suo disordine. Untold – Jamie Vardy, un’ora e mezzo abbondante su Netflix per tornare indietro agli esordi del campione, impegnato oggi con la Cremonese in una lotta salvezza arrivata all’ultima giornata. Prima dei vent’anni sta in fabbrica, 8am to 6pm, poi allenamenti con la squadra della settima lega inglese e, nei fine settimana, lunghe notti con gli Inbetweeners, gli amici storici, quelli delle grandi storie e delle grandissime sbornie. Il calcio è un passatempo, il lavoro vero è un altro. Ma i gol sono tanti: passa di categoria e continua a segnare, arrivando al Fleetwood Town, quinta serie inglese. Le reti a fine anno saranno 31 in 36 partite. È l’uomo simbolo, il migliore della stagione. I Leicester lo adocchia, il procuratore che lo ha scoperto è convinto che la strive for greatness di Jamie (birre a parte) lo possa condurre fino alla Nazionale. Così sarà, ma al tempo è solo un working class hero pagato dalle Foxes 1 milione di sterline. Il prezzo mette pressione a Vardy, deciso a far valere i soldi spesi e a ripagare la fiducia di chi lo ha tirato fuori dal calcio di provincia per dargli una chance al massimo livello.
La prima stagione con il Leicester è deludente, pochi gol, tanti dubbi, passaggi a vuoto (siamo sempre lì) dovuti anche a un rapporto d’amore con l’alcol. Bere aiuta Jamie a tener lontani i pensieri e la pressione. Ma così non funziona, quando intorno a te ci sono i più forti. L’amore per Rebekah lo allontana dal vizio. Ora si fa sul serio. E in campo si vede. L’anno dopo arriva la promozione in Premier League. Al primo anno la salvezza, The Greatest Escape, la sfangata improbabile di una squadra che mancava da un decennio dalla massima serie. L’anno successivo con Claudio Ranieri si materializza l’impresa calcistica più grande di questo secolo: il Leicester dato 5000 a 1 a inizio stagione vince il titolo davanti al Tottenham. Vardy segna in undici partite consecutive, meglio di Ruud Van Nistelrooy con il Manchester United, arrestatosi a dieci; la nobiltà del calcio sconfitta da un manipolo di giocatori mai stati al top e allenati da un italiano. Già, Claudio Ranieri. Su Sky è apparso in uno speciale che celebrava i 10 anni dall’impresa delle Foxes, intervistato da Sayf. Su Netflix, invece, non c’è. Forse i due set erano incompatibili, ma resta il poco spazio che Untold ha lasciato a Sir Claudio. Manco un accenno al dilly ding dilly dong, la campanella scossa dal mister nei momenti decisivi. È stato il leader calmo capace di tener insieme un gruppo estraneo a quelle zone di classifica. Parte assoluta del miracolo, uno dei pochi recenti nel calcio dei progetti miliardari e dei fondi di investimento. Finisce così il documentario: ultima partita a Leicester, Vardy segna e arriva a 200 con la stessa maglia, in 500 partite. Esultanza folle, bandiera alta. La chiusura perfetta.
Nel mezzo, dal fango al trofeo della Premier, le accuse di razzismo per un epiteto infame, la scoperta di avere un “vero” padre biologico, la fiducia del mister Nigel Pearson il primo anno nella massima serie. C’è davvero tutto. Tranne una parentesi, che doveva essere più larga, in cui avrebbe dovuto rientrare Claudio Ranieri. Probabilmente il rumore della campanella non è arrivato negli uffici di Netflix.