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Flavio Tranquillo al Bsmt di Gazzoli “rompe” con Federico Buffa e il romanticismo nello sport? “The Last Dance e Jordan? Non può essere solo quella la narrazione”. Ecco perché ne va del buon giornalismo

  • di Domenico Agrizzi Domenico Agrizzi

20 maggio 2025

Flavio Tranquillo al Bsmt di Gazzoli “rompe” con Federico Buffa e il romanticismo nello sport? “The Last Dance e Jordan? Non può essere solo quella la narrazione”. Ecco perché ne va del buon giornalismo
Epica, politica, religione: nello sport ci passa tutto. Ci piace per questo. Lo sa Federico Buffa e lo sa Flavio Tranquillo. Quest’ultimo è passato dal Basement di Gianluca Gazzoli e ha parlato dei rischi di un romanticismo estremo nella narrazione sportiva: “The Last Dance? Non può essere solo quella la prospettiva”. E il passato non può essere per forza migliore di ciò che sarà il futuro. In questo scarto c’è una cosa che viene scambiata per freddezza: il buon giornalismo. Ecco perché

di Domenico Agrizzi Domenico Agrizzi

Gara 6 delle Finals Nba del 1998 tra Utah Jazz e Chicago Bulls. Si gioca al Delta Center di Salt Lake City. Il “23” dei Bulls ha una bella lettura e ruba la palla a Karl Malone quando mancano 19 secondi sul cronometro. Si va nell’altra metà campo. Michael Jordan attacca Bryon Russell, palleggio, finta con mano sul fianco del difensore, si alza e tira. Solo rete. 87-86 per i Bulls, sesto anello per “His Airness”, pasillo de honor verso la leggenda. È la sequenza che porta a “The Shot”, l’ultimo tiro della carriera di Jordan in maglia Bulls. Il più iconico della sua carriera, forse. Il mondo ricorderà quella giocata, non la partita. Siamo romantici, c’è poco da fare. Flavio Tranquillo è passato dal Basement di Gianluca Gazzoli e ha fatto un appunto fastidioso: cosa sarebbe successo se, nell’azione successiva, John Stockton avesse segnato un canestro “fattibilissimo”? Dopo “The Shot”, infatti, c’è un'altra azione che parte con 5.2 secondi rimanenti sul cronometro. Un’eternità, cestisticamente parlando. Invece niente: il tiro di Stockton non entra e anni dopo Netflix decide di fare una serie in dieci episodi su quei Chicago Bulls, l’ultimo dei quali si conclude proprio lì, a Salt Lake City. Ma The Last Dance non può essere l'unica prospettiva. Chi cerca l’epica nello sport parla di destino: le cose dovevano andare così. Chi fa il giornalista, invece, deve analizzare quello che è successo. E l’esito dell’osservazione porta alla conclusione opposta. Le cose non dovevano andare così. Ma proprio per niente. Tra i due estremi ci sono il lavoro di Phil Jackson, l’allenamento, la preparazione della partita, gli 85 punti fatti prima di The Shot, il talento del singolo, le debolezze dell’altro, Dennis Rodman e Scottie Pippen, la fortuna. Flavio Tranquillo, quindi, va contro il romanticismo, contro l’epica, contro la leggenda, contro l’aura “parareligiosa” dello sport. Insomma, contro tutto quello che ci piace sentire in un racconto (o vedere su Netflix).

Ovviamente le cose non stanno così. Basta aver sentito qualche telecronaca di Flavio Tranquillo per sapere che il suo ruolo è tutt’altro che limitato all’analisi distaccata della partita. Quel “si oscura la vallata” sulla stoppata di LeBron James ai danni di Andre Iguodala in gara 7 delle Finals del 2017 è una gioconda, non un commento. E Tranquillo è ben consapevole che le sue parole contribuiscono a rendere una giocata qualcosa di più di un gesto atletico. Nello sport è così, conta la cornice oltre al disegno: cosa sarebbe il “gol del secolo” di Maradona senza l’accompagnamento di Victor Hugo Morales e “l’aquilone cosmico”? Senza conoscere l’America di quell’epoca chi si ricorderebbe dei guanti neri che coprono i pugni di Tommie Smith e John Carlos alzati al cielo il 16 ottobre 1968 alle Olimpiadi di Città del Messico? La voce fuori campo, la parola giusta pronunciata al momento giusto, l’azione che diventa simbolo di una lotta, della rivendicazione. Lo sport è bello perché contiene un po’ di tutto. Ma, allo stesso tempo, è impensabile ridurre tutto allo sport. “The Shot” non è leggendario in quanto tale. Così come quel basket non era per forza migliore, o più epico, di quello che si gioca oggi adesso, con buona pace dei nostalgici. Perché l’eccesso di romanticismo ha delle conseguenze pratiche. Lo dice ancora Tranquillo a Gazzoli: che servizio facciamo ai più giovani se il passato sarà sempre inimitabile e irraggiungibile? Cosa rimane da fare se ogni cosa è già stata fatta? Che valore hanno il lavoro sul campo e l’impegno se il massimo livello è ormai parte della storia? Vale per gli atleti ma anche per i telecronisti. Per questo motivo eviteremo di usare iperboli per descrivere Tranquillo. Magari, chissà, arriverà qualcuno di più bravo. Per ogni Federico Buffa, serve un Flavio Tranquillo che faccia da contrappeso. Il soggettivo e l’oggettivo (si fa per dire). E l’errore sta negli occhi di guarda e vede in quell’equilibrio un eccesso di freddezza, non accorgendosi che, in realtà, si trattava semplicemente di qualcos’altro: di buon giornalismo. In attesa del prossimo The Shot e del commento sguaiato del telecronista, che griderà il nome del fenomeno che lo segnerà.

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