Gabriele Gravina non ha resistito allo tsunami che lo ha colpito dopo l’eliminazione dell’Italia. Tutti lo volevano fuori dalla Figc, dal ministro Abodi all’ultimo degli appassionati. Finalmente Gravina ha fatto un passo indietro. Non c’era altra strada. Nel post-partita di Bosnia-Italia, però, il presidente dimissionario aveva provato a dire di no: rimango qui, sulla mia poltrona. Una presa di responsabilità al contrario: io ho fallito, io devo ricostruire. Ma il disastro è troppo grande e stavolta nessuno poteva salvare il soldato Gravina. L’atteggiamento di chi si sente in grado di restare in piedi su una nave già mezza affondata, però, ci va sorgere delle domande: davvero Gravina non ha sentito subito la necessità di dimettersi? Perché? Sarà che la sua presidenza si fondava su un consenso larghissimo: oltre il 98% all’ultima elezione. Lo hanno votato tutti: Serie A, Serie B, Lega Pro, allenatori e giocatori. Questo dice molto sul tracollo del calcio italiano e sulla necessaria rivoluzione. Ma non c’è solo questo. Nel corso dei suoi tre mandati come presidente, ciclicamente Gravina è stato criticato dai media per le scelte interne e per aver messo qua e là persone a lui vicine, “figlie e figli di” compresi.
Da sottolineare il lavoro di ricostruzione della corte di Gravina fatto da Michele Spiezia su Storiedisport. C’è un nome tra quelli fatti dal giornalista che spicca in maniera evidente: Filippo Tajani. Sì, il figlio di Antonio Tajani, ministro degli Esteri e leader di Forza Italia. Tajani jr è stato assunto ad ottobre 2023 nell’ufficio dedicato alla candidatura dell’Italia per Euro 2032, inizialmente con un contratto fino all’aprile successivo ma, come appare dal profilo LinkedIn, starebbe ancora lavorando in federazione: tra gli incarichi indicati c’è quello di Local Organizing Structure coordinator per la Supercoppa Uefa 2025 a Udine e la finale della Futsal Champions League 2026 a Pesaro. Forza Italia, al di là dell’incarico del figlio del ministro Tajani, è il partito di maggioranza che è stato più indulgente nei confronti di Gravina. I vari scandali scommesse e plusvalenze, oltre alla miseria dei risultati tecnici (escluso il miracolo dell’Europeo del 2020), avevano fatto più volte traballare il piedistallo del presidente. Sempre il cognome di un ministro, però stavolta in quota Lega, porta una donna che per tre anni ha lavorato nell’organizzazione delle partite della nazionale: è Marta Giorgetti, la figlia del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, a cui è stato affidato un ruolo di coordinamento proseguito, dopo lo stage, fino al 2024: anche qui vediamo su LinkedIn che a luglio di quell’anno è passata all’Inter, dove attualmente ricopre il ruolo di Football Travel Officer.
Siamo nel maggio del 2023 quando Juventus e la Procura Federale patteggiano per il caso della manovra stipendi (un accordo tra società e calciatori che avrebbe previsto la sospensione di quattro mensilità di stipendio ai tesserati) con una multa di 718mila euro. Praticamente niente. Un filone parallelo rispetto a quello che costò la penalizzazione in classifica di dieci punti. Il patteggiamento venne descritto da Gravina un’occasione per “guardare al futuro con maggior serenità”. A presiedere la Sezione Disciplinare del Tribunale federale in quel momento c’è Carlo Sica. Ed ecco che Sica è il cognome di un uomo impiegato al Club Italia, “l’organismo che riunisce le Squadre Nazionali e ne coordina la gestione delle attività”, il cui presidente è sempre Gravina: Emanuele Sica, figlio di Carlo, lavora nel coordinamento attività operative da maggio 2022 a oggi (ancora LinkedIn).
Gabriele Gravina, uomo di calcio e di conoscenze che contano. Perché oltre che essere stato presidente Figc, è stato prima un membro del Comitato Esecutivo Uefa, eletto ad aprile 2021 con 53 voti su 55, e poi, da aprile 2023, vice presidente Uefa. Vice di Aleksandr Ceferin. E proprio il presidente Uefa oggi ha parlato alla Gazzetta: “Non è assolutamente responsabilità di Gabriele e non mi permetterei di attaccare né i giocatori né l’allenatore. Forse sono i politici italiani che dovrebbero chiedersi perché l’Italia ha una delle peggiori infrastrutture calcistiche d’Europa”. La difesa del presidente, però, non è bastata a impedire le dimissioni. Sempre Storiedistadio, poi, evidenzia altri due nomi da tenere d’occhio per capire l’influenza di Gravina: il primo è quello di Matteo Marani, ex vicedirettore di Sky Sport e vicepresidente della fondazione Museo del calcio, dal 2023 presidente della Lega Pro. Ritenuto anche lui vicino all’ormai ex presidente Figc, superò nell’elezione Marcel Vulpis, vice del presidente uscente del tempo, Francesco Ghirelli. Il Fatto Quotidiano titolò così l’articolo che dava la notizia: “È la vittoria di Gravina che rafforza la sua maggioranza in Figc”. Oggi nell’elezione del presidente federale la Lega Pro vale il 12% dei voti totali, ma al tempo la percentuale era del 17%. L’altro nome da attenzionare è quello di Benedetta Geronzi, responsabile dell’area istituzionale della Figc. Prima dell’elezione di Marani, scrive Spiezia, si sarebbe tenuta una riunione in un hotel di proprietà del marito di Geronzi tra diversi club di Lega Pro e lo stesso Marani, il prescelto di Gravina.
“Santi che pagano il mio pranzo non ce n’è”, cantava Lucio Dalla in Piazza Grande. Forse consapevole del verso del cantautore, Gravina nel 2021 decise di aumentare il proprio stipendio da presidente federale, passando dai 36mila ai 240mila euro attuali. Soldi a cui si aggiunge il compenso – 250mila euro lordi all’anno – da vice di Ceferin alla Uefa. Il calcio è una questione politica, l’ha detto Gravina stesso. Forse sperava che consenso e influenze gli avrebbero garantito la forza (politica) per rimanere a capo della federazione. Pensiero legittimo, ma francamente poco condivisibile. Era il tempo di cambiare. E francamente non vedevamo l’ora che Gravina si dimettesse.