L’ultima resistenza alla demolizione di un tempio laico come San Siro sono le persone che lo hanno abitato. Da cento anni lo stadio sorveglia Milano con le sue luci, al suo interno calcio e musica hanno tenuto il tempo dei cambiamenti della città. Gli ultras della curva Nord dell’Inter, i più fedeli frequentatori del Meazza, volevano celebrare la memoria dell’arena i con una coreografia e tre striscioni. Perché “San Siro non è semplicemente il luogo in cui gioca l'Inter. È la mano di nostro padre stretta alla nostra mentre salivamo le scale per la prima volta. È la voce di nostro nonno che ci raccontava un calcio che non abbiamo mai visto. È il primo coro cantato a squarciagola, il primo derby, il primo pianto di gioia. È la scighera d'inverno, il freddo che entra nelle vene, il cuore che batte prima del fischio d'inizio. È alzare lo sguardo verso gli spalti e sentirsi parte di qualcosa di immensamente più grande di noi”. Con un comunicato diffuso dal Secondo Anello Verde hanno però chiarito che gli striscioni, contro il Parma, non verranno esposti. La ragione non è specificata: “La Società Inter ci ha comunicato che questi striscioni non avrebbero potuto trovare posto nella nostra Curva. Il motivo? Ufficialmente, nessuno. Ufficiosamente, lo lasciamo giudicare alla vostra intelligenza. Allora la domanda è inevitabile: perché tre messaggi dedicati alla memoria di questo tempio non possono trovare spazio sugli spalti proprio nell’anno del suo centenario?”. Una domanda “alla quale crediamo che ogni interista abbia il diritto di ricevere una risposta”, per il momento, pare, negata dal club. “Non riusciamo a capacitarci di come una società che richiama valori come fratellanza, inclusione e appartenenza possa impedire l'esposizione di messaggi attraverso i quali una parte del proprio popolo desidera esprimere il suo amore per un simbolo della storia nerazzurra”.
“Inutile negare che quanto accaduto ci abbia fatto gelare il sangue” - proseguono gli ultras nel comunicato - “Per alcuni momenti, durante il confronto tra noi, abbiamo persino valutato di rinunciare alla coreografia prevista. Probabilmente sarebbe stata una reazione comprensibile: quando senti che il significato più profondo di ciò che stai preparando viene messo in discussione, la tentazione di lasciar perdere è forte. Dopo un lungo confronto, però, abbiamo preso una decisione diversa. Abbiamo scelto di mettere da parte l'orgoglio per concentrarci su ciò che riteniamo più importante: la difesa della nostra casa”. Una difesa contro la demolizione, a tutela di “un patrimonio che va ben oltre il calcio”. Certo, da parte degli ultras, non c’è la pretesa “di conoscere ogni interesse che ruota attorno al progetto del nuovo stadio. Ma abbiamo il diritto di porre domande, di chiedere trasparenza e di domandarci se il valore economico di una nuova operazione immobiliare debba prevalere sulla conservazione di un luogo così profondamente legato alla storia di Milano”. Contro la novità, i gruppi della Nord oppongono la memoria: “Quale peso viene dato ai sentimenti di chi, da generazioni, considera San Siro una seconda casa? E perché la demolizione dovrebbe essere l'unica strada percorribile, prima ancora di aver dato alla città la possibilità di conoscere e valutare seriamente le alternative?”. Il nuovo stadio, “più moderno, più comodo, forse più redditizio”, semplicemente non è San Siro. La grandezza del progetto e degli interessi coinvolti rendono complicata e forse già persa la battaglia. “Ma la difficoltà non può diventare una condanna alla rassegnazione. E il fatto che una scelta sia conveniente per qualcuno non significa che sia necessariamente la migliore per tutti noi”.
I tifosi comunque spiegano che la voce e spinta “ai ragazzi non verranno mai meno. Questa non è, e non sarà mai, una battaglia contro l'Inter. Non è una battaglia contro la squadra, il mister o chi indossa la casacca nerazzurra. È una battaglia per difendere la storia che ci unisce all’Inter, la nostra casa e il diritto di esprimere un'opinione anche quando non coincide con quella della società”. In chiusura, il Secondo Anello Verde chiama a raccolta il popolo nerazzurro nel momento “di ritrovarci attorno a ciò che ci unisce. Di informarci, di documentarci, di discutere e di far circolare consapevolezza. Di pretendere risposte e di chiedere che una decisione irreversibile venga affrontata con la serietà che merita”. Un lavoro collettivo fatto per portare anche il resto della città, “a tutti i milanesi, anche a chi non ha mai indossato una sciarpa nerazzurra. Perché San Siro non appartiene soltanto a chi tifa Inter o Milan. Appartiene alla storia di una città, ai suoi ricordi, alla sua identità. È stato ed è un luogo di sport, musica, incontri ed emozioni condivise. La sua scomparsa non sarebbe una perdita soltanto per il calcio, ma per tutta Milano”. Una mobilitazione per non permettere che “tutto questo venga deciso nell'indifferenza. Combattiamo uniti e proviamoci”. “Prima di arrenderci, abbiamo il dovere di provarci. Dobbiamo al Meazza un’ultima grande battaglia nel suo nome. Un ultimo disperato grido affinché tutto ciò non diventi solamente un lontano ricordo”. L’ultima frase esprime in sintesi il pensiero della curva, da rivolgere oltre i cancelli di San Siro: “Non chiediamo di fermare il tempo. Chiediamo di non cancellare il passato in nome del futuro. Chiediamo trasparenza, rispetto per la memoria collettiva e una valutazione seria delle alternative alla demolizione”. Mentre la parte finale del post riporta i tre striscioni vietati: “Da cento anni guardi Milano cambiare, monumento eterno di una città che nel tempo ha affidato alle tue mura la propria anima”, “Popolo interista, un minuto di applausi per la scala del calcio”, “Luci a San Siro, non le spegnerete mai”. Serve un’intera città. Un movimento consapevole della memoria e della passione. Contro il nuovo che avanza per piallare il passato. L’identità di Milano passa anche dal Meazza.