La notte della cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Milano Cortina è della musica. Il balletto dà il via alla direzione d’orchestra di Matilda De Angelis, che guida la danza di Verdi, Rossini e Puccini. I tubetti di vernice vengono spremuti sul palco allestito a San Siro, figuranti vestiti da moka sfilano in cerchio. Sabrina Impacciatore viaggia nel tempo. Gli atleti di (quasi) tutte le nazioni portano la bandiera sull’elettronica di Mace. Jd Vance viene fischiato, Israele anche. Ghali interpreta Gianni Rodari, contro la guerra, nonostante la telecamera non insista mai sul volto del cantante. Italiano, inglese e francese, non arabo. Viene e se ne va, trascurato dalla regia. La musica apre e la fiamma olimpica chiude il cerchio di questa prima notte di Giochi. Nel mezzo L’infinito, interpreta Pierfrancesco Favino. Giacomo Leopardi entra così a San Siro. La bellezza è un concetto citato (e sovraeccitato) quando si parla d’Italia. Da qualità diventa facilmente stereotipo. Sulle parole di Leopardi inutile soffermarci: il commento sarebbe retorico, L’infinito parla da solo.
Cappotto grigio, lungo, cade morbido sulle spalle di Favino sopra un completo in lana, camicia jersey chiara e una cravatta leggera in seta. Tutto Giorgio Armani. L’infinito viene letto sulla musica di Giovanni Andrea Zanon e dello Stradivari del 1716 ricavato dagli alberi della Val di Fiemme. Favino ha gli occhi che guardano in alto, cammina calmo nella pausa dai rumori di San Siro. Inevitabile che si parli di politica, il mondo corre, le guerre proseguono. Ci sono pochi istanti sospesi che possiamo permetterci. C’è chi dice che tutte le arti in realtà derivino dalla poesia. Altri riconducono tutto alla musica. Un violino Stradivari e L’infinito, insieme, provano a rimandare a quell’origine variabile. Sono i Giochi olimpici, luogo e tempo di chi guarda lontano, a traguardi possibili. Pierfrancesco Favino legge e interpreta Giacomo Leopardi, e in quelle poche parole ci godiamo un attimo sospeso.