Il giornalista di Repubblica spara a zero sulla manifestazione per la pace organizzata dal Movimento 5 Stelle a Roma: “Proverei ribrezzo a trovarmi vicino a chi considera i morti di Bucha una messinscena”. Travaglio, Orsini e Di Stefano? “Il terzomondismo rossobruno ha trovato la sua festa dell’unità.” Domani a Roma il Movimento 5 Stelle scende in piazza per la pace, e la domanda è: chi può dirsi contrario alla pace, a parte “un generale in crisi di astinenza, un necrofilo o un seguace di Pino Chet (cit.)”? Eppure, Stefano Cappellini, vicedirettore di Repubblica, alla manifestazione non ci pensa proprio ad andarci. Non perché è fan della guerra, ma perché (dice) questa non è una piazza pacifista, e non è neanche di sinistra. È un’altra cosa. Una messa laica del putinismo utile.

Poi l’editorialista elenca tutti i motivi per cui quella piazza gli fa ribrezzo: “Mi troverei molto a disagio fianco a fianco con manifestanti convinti, come chi li ha radunati, che l’Unione europea porti la responsabilità dell’incancrenirsi del conflitto, che Ursula von der Leyen sia una guerrafondaia, che la Germania rappresenti una minaccia più pericolosa della Russia”. Perché il punto è che quella piazza non è per la pace: è un teatrino geopolitico con le marionette sbagliate e le veline giuste, quelle del Cremlino. Cappellini non ha alcuna intenzione di condividere spazio e slogan con chi ha “considerato i morti di Bucha una messinscena ucraina” o “la strage al teatro di Mariupol un’invenzione dei media occidentali”. Il problema, dice, non è manifestare contro la guerra: è farlo con chi pensa che la guerra sia tutta colpa dell’Occidente, e che basti togliere di mezzo Zelensky perché il mondo torni in armonia. “In quel mondo piacciono le semplificazioni, anche per andare incontro alle capacità dell’audience di riferimento.”

E poi c’è la compagnia. Marco Travaglio, che “dodici ore prima dell’invasione scriveva che era una fake news americana”, mentre “diceva lo stesso anche Peskov, portavoce di Putin”. Il professor Orsini, che fonda le sue tesi “sulle mail che le mamme di Mariupol gli scrivevano per scongiurare la fine del conflitto, ovvero l’immediata resa dell’Ucraina”. E Manlio Di Stefano, che col M5S andava in gita ufficiale al congresso di Russia Unita, non certo per sbaglio, mica era la Libia scambiata per il Libano. “Il M5S ha sempre avuto attenzione per l’unità della Russia. Meno per quella dell’Ucraina.” E mentre si rincorrono le teorie del complotto (il golpe americano a Kiev, il piano di pace stoppato da Boris Johnson, Hitler “democratico” secondo Ricciardi), a dare la benedizione ci pensa Vincenzo De Luca, che evidentemente si trova a suo agio anche dove si evocano “le autocrazie come baluardi contro la tirannia del liberalismo”. Cappellini chiude con una stilettata pungente: “Ogni epoca ha i sussidiari che si merita: oggi, al posto di Frantz Fanon, abbiamo Alessandro Di Battista.” Insomma, quello che vuole dire Cappellini è: chiamatela “manifestazione per la pace” se vi fa stare meglio. Ma occhio: la pace che si invoca da quel palco ha lo stesso profumo della propaganda, e lo stesso accento delle veline del Cremlino. E lui, da quella piazza, resta volentieri alla larga