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Renato D’Amico e le canzoni (anche) da ballare: “Spotify? Se non ci sei, non esisti. Faccio pop con Battisti nel cuore”. E su Sanremo e la scena urban…

  • di Emiliano Raffo Emiliano Raffo

  • Foto: Damaride Arzà

22 gennaio 2026

Renato D’Amico e le canzoni (anche) da ballare: “Spotify? Se non ci sei, non esisti. Faccio pop con Battisti nel cuore”. E su Sanremo e la scena urban…
La nostra intervista a Renato D’Amico, tra i finalisti di Sanremo Giovani con “Bacio piccolino”. Ventisette anni, siciliano, ha un’idea di pop music molto e poco italiana allo stesso tempo. Da produttore e polistrumentista recupera Battisti, Carella, Battiato. Non teme Milano (“È il sogno americano trapiantato in Italia”) e cerca una libertà difficile (“Se non sei su Spotify, dove vai? Bandcamp la gente non lo conosce. E io non sono uno buono per frequentare i salotti giusti”). Ispirato da un’idea artistica molto chiara, che faccia anche ballare…

Foto: Damaride Arzà

di Emiliano Raffo Emiliano Raffo

“Bacio piccolino” gira da qualche settimana. Il suo autore, Renato D’Amico, gira invece su questa Terra da 27 anni circa. “Bacio piccolino” è un piccolo caleidoscopio di suggestioni pop nostrane in cui noi sentiamo dentro anche una zaffata melodica in pieno stile Planet Funk late-Nineties. Un brano leggero che però è un distillato del Renato D’Amico, cantautore e polistrumentista, che probabilmente vedremo presto esplodere. “Il pezzo è nato in Sicilia, due anni fa, come la scintilla iniziale che ha ridefinito il mio progetto – ci ha detto. È stato creato in un periodo in cui cercavo la mia identità personale e musicale. Il brano parla di un amore vissuto più nei sogni che nella realtà, ma grazie al quale mi sono reso conto che quella persona, nel bene e nel male, mi aveva aiutato a trovare il mio equilibrio”.

“Bacio piccolino” ti ha portato a Sanremo Giovani 2026. Spiegaci come sono andate le cose.

Feci ascoltare alcune canzoni a Bmg, la mia etichetta discografica, e mi chiesero se avessi voglia di fare Sanremo. Non ero molto convinto di questa cosa, però loro sì e scelsero “Bacio piccolino”. Mi parve un buon modo per ripartire. Bello provarci con un brano non nato/pensato apposta per il Festival.

In partenza la selezione di Sanremo Giovani contava un numero enorme di brani da valutare: cinquecento, se non erro…

Sì, da quell’esercito sono poi usciti i 24 finalisti. Quindi, all’interno di una formula a mio avviso fin troppo da talent, si è proseguito a colpi di sfide fino ad arrivare ai due vincitori, tra cui non figuro, che andranno sul palco dell’Ariston insieme ai big.

Torniamo ora alle origini. Vivi ancora a Erice (Trapani), dove sei nato?

No, mi sono trasferito dalla Sicilia quando avevo circa diciotto anni. Ho abitato un po' in giro: cinque anni in Toscana, poi due anni a Milano. Ora sono tornato in Toscana, che è una sorta di seconda casa per me. Abito a Carrara.

Prima di “Bacio piccolino” eri meno leggero?

Prima il progetto non si chiamava Renè. Avevo fatto un disco molto cantautorale, introspettivo. La chiave che ho cercato in seguito è stata invece la leggerezza. Una leggerezza che ritengo necessaria per affrontare quasi qualsiasi argomento. In questo momento della vita la musica è un supporto che mi porta in una fase di up, mi tira su. In passato mi aiutava invece a navigare in mezzo alle paure. Oggi voglio qualcosa che mi faccia ballare, che mi faccia prendere bene.

Sei quindi pronto a una sorta di nuovo esordio?

Il primo album c'è già, stiamo solo cercando di capire come e quando uscire.

Credi che ancora oggi il cantautore tenda a nascere un po' triste e malinconico? O quantomeno introspettivo?

Sì, perché la musica, soprattutto nella fase adolescenziale, serve spesso come sfogo delle proprie paure. Non ci capisci nulla in quegli anni. Io dai diciotto ho vissuto da solo e ho cominciato presto a capire cos’è la vita. Però artisticamente nasco come produttore, ho prodotto tanti dischi per altri artisti, ho passato tanti anni chiuso dentro uno studio di registrazione. Per me lo studio è anche un laboratorio dove posso sperimentare colori nuovi, sensazioni nuove. È in quel luogo che nasce una forma più o meno elaborata di ricerca.

Chi ti è piaciuto di più produrre?

Produrre un disco di un altro significa indossare i panni di un'altra persona. Per il tempo in cui lavori al disco di un artista, sei quell'artista, entri in simbiosi con la sua personalità, col suo modo di fare, col suo modo di dire le cose. Socraticamente devi tirare fuori le sue emozioni, puntare un obiettivo preciso. I dischi che mi hanno più soddisfatto sono quello di Emma Nolde (il primo) e quello de Il Postino, un album che ha fatto più di 28 milioni di ascolti.

E quale musica, quali suoni, ti piacciono oggi?

Mi piace riscoprire il pop italiano del passato. Vivo nell’illusione che negli anni ’70-’80 il nostro pop fosse meglio.

Ti rassicuro: non credo fosse un’illusione.

Parlo di illusione perché in quei tempi non c’ero, non li ho vissuti. Però è verso quell’epoca che volgo lo sguardo, il mio studio di registrazione è zeppo di macchine vintage. Sono un po’ un feticista, in tal senso. Inseguo il suono di certe colonne sonore alla Stelvio Ciprani. Il mood di certe cose di Pino D’Angiò. E poi Enzo Carella, Lucio Battisti, Franco Battiato.

Fermo restando che agli artisti le etichette non piacciono quasi mai, possiamo definirti un cantautore indie?

Ma sì. A volte mi hanno detto che faccio Italo disco, che tiro ai Nu Genea. Il contenitore giusto, per me, è semplicemente quello pop. Sto facendo musica pop, canzoni. Ma con un’attenzione particolare alla ricerca sonora.

Mi parlavi di Enzo Carella. Avincola ha fatto e sta facendo tanto per permettere ai più giovani di riscoprirlo. Ma che c’avete tutti con Carella?

Sul palco Carella sembrava la stessa persona che probabilmente era nella vita di ogni giorno. Trasmetteva un’enorme sincerità e credo che in un’epoca in cui tutto sembra molto montato, quasi fake, una figura come la sua emerga. Discorso simile per Battisti. Non gliene fregava un tubo dei lustrini. Io non sono uno buono per i salotti giusti, quello da frequentare per forza se vuoi “esserci”…

Ti fa paura l’idea di tornare a Milano, quindi? Temi quel mondo?

Milano mi piace tantissimo, è super-stimolante e ho avuto uno studio di registrazione anche lì. Diciamo che per una mia costruzione personale, sono comunque cresciuto su un'isola, in un paesino molto piccolo, e ho sempre avuto l'esigenza di trovare uno spazio, di cercare un posto dove c'è silenzio, tranquillità, dove magari si corre meno. Però ci torno spesso a Milano, è una città che mi fa subito sognare. È il sogno americano trapiantato in Italia.

Perché oggi un cantautore giovane come te trova ancora qualcosa di così interessante in Battisti? Qualcosa che non trova in personaggi più vicini ai nostri tempi?

Il motivo reale non lo conosco, come non so davvero perché mi facciano innamorare certi tipi di ragazze. Amo quell’uso della parola, l’uso di certi strumenti, mi piace come utilizzava lo studio di registrazione. Stessa cosa per Battiato, che si produceva anche i dischi. Ecco, oggi tanti non lo fanno più. Oggi ti viene servita una strumentale pronta, ti viene servito il pezzo e tu ci canti di sopra. Anche in ambienti indie dove si pensa che questa cosa non succeda, succede. La passione per quei musicisti che ho citato è quindi la passione per una visione artistica a trecentosessanta gradi. Prima per fare un disco ci volevano due-tre anni, ora te lo chiedono in un mese ma poi ti accorgi che un mese è troppo poco per avere maturato qualcosa di importante da esprimere.

Cosa c’entri invece con la Italo disco?

In qualche modo anche Battisti e Battiato hanno fatto Italo. Pensa all’uso degli arpeggiatori ne “La voce del padrone”. Erano i primi vagiti della Italo disco.

Quindi non ti riferisci alla Italo di Den Harrow, Savage e tutto il resto…

No no.

E ora arriva… Spotify!

Onestamente ti dico che non ho mai pagato una versione premium della piattaforma. Mi dicono: ma come? Proprio tu che fai musica? Sì, perché ho prodotto diversi dischi e la cifra che mi paga Spotify per quei lavori è la stessa che dovrei pagare io a Spotify per avere un abbonamento premium.

Ehm…

A Spotify della musica non ha mai fregato niente, fanno tanti investimenti nelle più disparate direzioni, fra cui la produzione di armi. Bada, ci sono anche etichette discografiche che vengono da quel mondo lì, eh! E così si rinnova e perpetua la lotta tra l'artista e la discografia. La discografia, in questo caso, è anche Spotify. Molti discografici odiano Spotify, ma non ne possono fare a meno. Ci troviamo con le mani legate. Il discorso è che se il tuo disco non viene pubblicato lì, tu non esisti. Le date non le trovi, di concerti non ne fai e la gente non ha realmente la possibilità di rintracciarti. Qualcuno, eroico, molla le piattaforme. Però ci sono anche gli artisti pacifisti, “contro ogni guerra”, che poi pubblicano tranquillamente su Spotify.

Quindi, obtorto collo, ci finirai col nuovo album?

Abbiamo cercato anche altre soluzioni, ma l'alternativa qual è? Bandcamp? La gente non sa cos’è Bandcamp. Spotify ormai è diventato una sorta di tassa che devi pagare per esistere. Avremmo tante cosa da dire, e dover dire, noi cantautori, ma i ventenni di oggi ci ascolterebbero? Di Brunori ce n’è uno ed è comunque diventato Brunori in età già matura. Anche Sanremo Giovani all’inizio l’ho vissuto come un’imposizione, poi ho preferito vederlo come un’esperienza nuova per capire cosa significa andare in tv.

Eppure parli come uno che ne farebbe tranquillamente a meno della tv…

In fondo sì, non serve quella spettacolarizzazione. La gente balla su un pezzo pop anche in spiaggia bevendo un drink, non ha bisogno di vedere tu che canti la canzone accecato dai riflettori. Perché devo seguire le telecamere? Dove sta la mia personalità in tv? Quando siamo su un palco e veniamo ripresi dobbiamo fare tutti le stesse cose… Con l’obiettivo, sempre, di fare numeri. Quei famosi numeri che Spotify ti permette di fare. E così il cerchio si chiude. La discografia si trova un po’ incastrata in questa dinamica assurda.

Come vedi oggi la musica che gira a Sanremo?

Io vedo Sanremo soprattutto come un programma televisivo. E, triste a dirsi, è l'unico palco che ti fa cantare live davanti a un grande pubblico. Fuori da Milano suonare dal vivo, per un emergente, è dura. Prima c'era la scena underground perché c'erano i locali che ti facevano suonare. E ti facevano suonare perché c’era un pubblico. Quel pubblico non c’è più, oggi puoi benissimo ritrovarti a esibirti davanti a quindici anime. Il Sanremo di oggi, comunque, non è diversissimo da quello di prima, si è solo tolto il vestito elegante. È meno impostato, più radiofonico.

Ti ha colpito, visto il contesto generale che hai descritto, il successo di un paio di anni fa di Daniela Pes?

Sì. Lei è stata un grande barlume di luce, ha inventato una lingua un po’ come i Sigur Ros. Ascolti la sua musica e ti fai un viaggio splendido. Non ti dà risposte, ma ti stimola un sacco di domande. Anche La Niña mi ha stupito, con la musica popolare napoletana mescolata ai suoni urban. Gli stessi Nu Genea…

Hip hop e trap, da noi, hanno ancora qualcosa da dire?

In Italia si è già detto tanto in quell’ambito. Assorbiamo come spugne dalla musica americana, però da loro un Travis Scott finisce per collaborare con Tame Impala. The Weeknd, ad esempio, è un grande ricercatore in ambito synth-wave/ambient. Collabora con Kanye West. Ecco, da loro la musica urban ha una longevità ed è credibile perché è aperta a tante contaminazioni. Da noi sarebbe interessante se Iosonouncane producesse Ghali, ma non accade. Kendrick Lamar, negli States, fa ricerca. Ha recuperato il gospel reinserendolo in un nuovo contesto. Invece la nostra trap suona spesso come una moda destinata a fare la fine della dance anni ’90. Suona come un prestampato. I beats si assomigliano tutti. Manca la ricerca. L’avventura.

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