Per capire cosa lascia Didier Deschamps, bisogna partire da dove tutto è cominciato a incrinarsi, molto prima del suo arrivo. Sudafrica 2010: il ct Raymond Domenech, la plateale lite con Anelka e l’ammutinamento, con i giocatori che non scendono dal pullman e lo costringono a leggere un comunicato di protesta. Risultato Francia ultima nel girone eliminatorio e lui licenziato per giusta causa. Il documentario Le Bus: la nazionale francese in sciopero, riporta alla luce i diari dell’ex ct: uno spogliatoio che considerava fatto di un imbecille con zero autorità. Dopo Domenech arriva Laurent Blanc, due anni di transizione che non ricompongono davvero le fratture del gruppo. Quando la federazione gli affida la panchina Deschamps si ritrova uno spogliatoio ancora traumatizzato e diviso. Prima ancora però, episodio meno raccontato che spiega l’uomo prima del tecnico di successo: siamo nel 2006 e la Juve retrocessa per Calciopoli, perdendo in un colpo solo Ibrahimovic, Cannavaro, Thuram e Zambrotta. Deschamps accetta la panchina senza nemmeno sapere quale sarebbe stata l’entità della penalizzazione, e riporta la squadra in Serie A in un anno, tenendo insieme i senatori rimasti: Buffon, Del Piero, Nedved, in una situazione umiliante, per chiunque avesse vinto tutto pochi anni prima da calciatore. Abbandonerà l’incarico cinque giorni dopo la promozione matematica, in polemica con la dirigenza, ma quell’annata resta il prototipo in miniatura di ciò che farà poi con la Francia: prendere in mano un gruppo ferito e restituirgli un’identità.
Con la nazionale, la ricostruzione è lenta e passa per un primo esame severo: Euro 2016, in casa, finale persa contro il Portogallo. La consacrazione arriverà due anni dopo, in Russia: Mondiale vinto, in finale contro la Croazia, trascinati da un giovanissimo Mbappé. Deschamps, che da capitano aveva sollevato la stessa coppa nel 1998, diventa così il terzo uomo nella storia del calcio, dopo Mario Zagallo e Franz Beckenbauer, ad averlo vinto sia da giocatore che da allenatore. Il ciclo prosegue con un’altra battuta d’arresto: l’eliminazione a Euro 2020 contro la Svizzera e poi la finale persa di Qatar 2022, fino all’ultima delusione con la Spagna del demiurgo Luis De la Fuente. Un bilancio che, letto per intero, lascia anche spazio a dei rimpianti: per via di una squadra con un patrimonio tecnico eccelso che non sempre ha espresso in campo tutto il potenziale. Dall’altro i numeri, che non ammettono repliche: dal 2012 la Francia non è mai uscita dai vertici del calcio. Nessun altro commissario tecnico francese lo ha eguagliato. Il merito più solido di Deschamps non sta infatti nei trofei, ma in ciò che solo lui ha costruito in quattordici anni: un gruppo coeso strapieno di campioni dalle personalità esplosive, dagli ego ingombranti e dalle diverse origini e culture. Tanti ragazzi cresciuti nelle banlieue, in contesti conflittuali, esattamente come la generazione black-blanc-beur della squadra campione del mondo del 1998, in cui lui era capitano e leader indiscusso.
Deschamps è riuscito a creare un ambiente in cui il noi ha prevalso sull'io. Ha premiato chi accettava il sacrificio, come Kanté e Griezmann spesso citati come esempi. Ha gestito i malumori con fermezza, ma senza umiliazioni pubbliche, attribuendo a ciascuno di loro ruoli chiari e facendo sentire ogni giocatore parte di un progetto più grande, anche se top player, condizionati da contratti milionari e procuratori. Mbappé stesso, nei momenti di maggiore pressione, ha lodato lo spirito di squadra e la leadership del suo c.t. che, dal canto suo, gli ha sempre tributato grandi meriti, difendendolo anche in queste settimane dai soliti polemisti Deschamps non ha mai perso lo spogliatoio. Da calciatore lo chiamavano con malizia “il portatore d’acqua”, soprannome coniato da Cantona per sminuirlo, insinuando che il suo unico contributo fosse recuperare palloni per giocatori più dotati di lui. Deschamps ha trasformato quell’etichetta nel proprio marchio: lavoro, disciplina, sacrificio al servizio del collettivo, zero protagonismo. Lo stesso codice, portato in panchina, è diventato la sua vera arma vincente, in un mestiere dove il talento - senza qualcuno capace di tenerlo insieme - quasi sempre non porta da nessuna parte. In questi giorni, mentre Malagò, Maldini e Leonardo cercano luomo giusto per rifondare l’anima degli Azzurri, lipotesi Deschamps resta affascinante, quanto improbabile. Ma se servisse davvero qualcuno capace di restituire identità e dignità a un gruppo ferito, il suo nome avrebbe il peso che pochi altri possono vantare.