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Starting 5 sui giocatori della Nba sembra un corso di crescita personale (made by Netflix): quando diventare la miglior versione di se stessi si trasforma in ossessione

  • di Domenico Agrizzi Domenico Agrizzi

  • Foto: Netflix

31 ottobre 2025

Starting 5 sui giocatori della Nba sembra un corso di crescita personale (made by Netflix): quando diventare la miglior versione di se stessi si trasforma in ossessione

Foto: Netflix

di Domenico Agrizzi Domenico Agrizzi

I giocatori della Nba parlano una lingua da guerrieri: battaglie quotidiane, lotte con se stessi, trasformarsi nel “villain” della storia. Starting 5 su Netflix è l’aftermovie della passata stagione, conclusasi con la vittoria di Oklahoma City e l’incoronazione di Shai Gilgeous-Alexander come Mvp della stagione regolare (è stato miglior marcatore) e delle Finals. Un’annata in cui la guardia di Okc è stata praticamente perfetta. I rivali nell’ultima serie erano gli Indiana Pacers di Tyrese Haliburton, che dopo dei play-off leggendari ha dovuto lasciare il campo nel momento più importante: in gara 7 si rompe il tendine d’Achille. L’infortunio peggiore per un giocatore di basket. L’epilogo che nessun appassionato voleva vedere. Ma lo sport è ingiusto. Tyrese tornerà. Ecco, Haliburton e SGA sono due dei cinque protagonisti della serie Netflix. Gli altri tre: Kevin Durant, James Harden e Jaylen Brown. Partiamo da quest’ultimo. La stagione 2023/24 aveva visto la sua di consacrazione: anello Nba e titolo di Mvp delle Finals. Lui che era considerato il secondo in comando ai Boston Celtics dietro la stella Jayson Tatum. La rivincita dei gregari, per molti. Chi ha visto un po’ di basket sa che questa è una semplificazione giornalistica: Brown era già leader tecnico e mentale della sua squadra. Durant, invece, viene da anni difficili, in cui sono arrivate più critiche che elogi. Soprattutto per la sua incapacità di essere trascinatore evidenziata prima con i Brooklyn Nets e poi con i Phoenix Suns, e per la facilità con cui cambia aria ogni volta che le cose vanno male. I due titoli vinti a Golden State? Troppo poco, dicono gli hater. E poi James Harden, uno dei migliori giocatori della storia del basket a non aver mai messo al dito un anello. Anche lui criticato per i comportamenti extra campo: troppe serate a Houston (ai Rockets vince due premi di Mvp della stagione regolare), nei momenti decisivi si scioglie. Ai Los Angeles Clippers, insieme a Kawhi Leonard, si gioca le ultime chance di completare il suo percorso. Questo il quadro generale. L’obiettivo di tutti e cinque è chiaro: vincere. Lo svolgimento del tema merita un approfondimento.

La Mamba Mentality di Kobe Bryant, leggenda totale e immortale dello sport, è diventata contagiosa. Ora tutto è una sfida da vincere, che si parli di colazione e sveglia presto o di shitstorm su X. Tutti e cinque i protagonisti Netflix esprimono, in maniera diversa, lo stesso concetto. José Mourinho sarebbe fiero di loro. Lo Special One, ricorda spesso qualcuno, è un grande fan di Sun Tzu e del suo L’arte della guerra. Serve sempre un nemico contro cui combattere: la squadra migliore, e questo è sana competizione, il giocatore più difficile da marcare, e pure questo ok, il pubblico avversario, idem. Ma quello che salta agli occhi è il modo con cui i giocatori approcciano ogni confronto. Battaglieri sempre, ogni debolezza è solo il trampolino per il successo, le sfide si celano in ogni angolo del mondo. C’è un altro concetto, ribadito all’estremo: “family”. Bisogna metter su famiglia, trovare una compagna affidabile, figli, un cane e una bella casa. “If God wills”, chiaramente. Dio, patria, famiglia e conflitti. Qualche instante di leggerezza, per fortuna, negli otto episodi c’è. Soprattutto nella linea narrativa che segue la guardia degli Indiana Pacers: Tyrese ancora non si è sposato, e non ha il coraggio di fare il grande passo; dopo la delusione di gara 7 ammette di avere un rimorso: non aver parlato ai compagni all’intervallo. Anche Durant riesce a rilassarsi con la madre, festeggiando con lei il Natale prima di scendere in campo. Shai si lascia andare a un pianto liberatorio durante la cerimonia di premiazione come miglior giocatore della stagione regolare. James Harden dopo anni di libertinaggio sembra aver trovato la persona con cui costruire un futuro. Jaylen Brown, invece, è praticamente sempre “un uomo in missione”, solo un po’ più morbido quanto parla del nonno, che però è un ex allenatore di boxe e quindi anche per lui la vita è una grande metafora di un incontro (e non viceversa). Cercare di diventare a tutti i costi la miglior versione di se stessi. O come dicono certi preparatori: “Sii aggressivo”. Prima, dopo e durante le partite. Sono campioni, si dirà, non hanno alternative. Ma anche i Terminator come Sinner (per dirne uno) qualche passo falso se lo concedono, senza per forza trasformarlo (e senza raccontarlo così) in uno step della scala verso “la grandezza”. Di solito, seguendo un certo cliché, le serie come Starting 5 puntano a mostrare l’uomo dietro alla stella. Ecco, stavolta dietro l’uomo sembra esserci una macchina.

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