Prato è una città particolare. Le inchieste recenti hanno aperto una finestra sul mondo criminale che da dietro le quinte influenza anche la politica. Un microcosmo fatto di imprenditoria tessile, canali finanziari paralleli, intreccio di culture. Jonathan Targetti, leader di una coalizione di centro, ne ha parlato anche su MOW e nel suo libro Pratown (Il Millimetro). Il candidato sindaco si è mosso per costruire alleanze che comprendessero tutti i partiti di centro, dai Radicali fino ad altre realtà civiche. Il risultato è stato un 6,38% e l’entrata nel consiglio comunale. Un esperimento che ha tentato Michele Boldrin a Venezia con Ora!, ottenendo il 3,44% alle amministrative. Nei giorni scorsi, prima dell’apertura delle urne, avevamo intervistato proprio Boldrin. Alcuni dei temi trattati sono simili: lo spazio politico al centro (“l’estremo centro”), le alternative ai vecchi partiti, il cambiamento nelle città. Le esigenze pratiche di chi ci vive. Questa è la risposta di Targetti al segretario di Ora!.
Boldrin, dopo il 3,44% a Venezia, ha dichiarato che il centro non esiste, che i moderati cercano rendite di posizione e che manca la convinzione che il Paese possa essere cambiato. Lei ha guidato una candidatura a sindaco di Prato, sostenuta da Ora!, Pld, Radicali Italiani, Liberisti Italiani e altre realtà civiche, ottenendo il 6,38%. Condivide quella lettura?
In parte sì e lo riconosco con rispetto genuino: Boldrin ha avuto il coraggio di esporsi in prima persona in una competizione elettorale tutt'altro che scontata, dove Pld e Azione hanno incredibilmente scelto di stare con il candidato di Brugnaro. Ha ragione quando afferma che le forze estranee ai due poli devono costruire uno spazio politico autonomo e credibile. Occorre superare definitivamente le categorie di destra, sinistra e centro - sempre più percepite come astratte dall'elettorato - e puntare a qualcosa di più alto rispetto al livello che la Seconda Repubblica ci ha consegnato. Il problema non è stata la mancanza di convinzione nei leader nazionali di quest’area ma la rottura del rapporto con l'elettorato di riferimento. Si è scelto di inseguire il cosiddetto ceto riflessivo - l'elettore istruito delle Ztl, il lettore de Il Foglio, lo spettatore di La7 - allontanandosi progressivamente, nei toni e nei contenuti, da chi ogni mattina alza la serranda della propria attività, emette fatture, paga le tasse e chiede allo Stato di farsi da parte: meno pressione fiscale, meno burocrazia, più infrastrutture. Quella parte di Paese ha portato Renzi oltre il 40% ma poi ha smesso di votarlo anche perché Renzi da anni ha smesso di parlare a quella parte di Paese. Per tornare a rappresentarla e a incidere davvero, servono idee, coraggio e credibilità - tre cose che molti leader nazionali non sembrano più in grado di offrire.
Chi è, concretamente, questo elettorato che ritiene non rappresentato?
È la parte produttiva del Paese. Quella che non ha una tessera in tasca che garantisce accesso a privilegi e protezioni. Sono le persone che non godono di contratti pubblici, concessioni assegnate per appartenenza partitica o bandi riservati a cooperative amiche. È il falegname che ha aperto bottega con i risparmi di una vita e si trova a combattere con una burocrazia costruita - deliberatamente - per avvantaggiare chi sa aggirarla. È il commerciante che paga affitto, imposte e contributi e guarda da anni il marciapiede davanti al suo negozio sconnesso e abbandonato. È il professionista che ha investito anni nella propria formazione e si trova bloccato da ordini professionali che tutelano i mediocri garantiti. È l'imprenditore che esporta, innova, assume e che lo Stato tratta da evasore presunto fino a prova contraria. Queste persone non chiedono assistenzialismo ma infrastrutture efficienti, burocrazia snella, una pressione fiscale che non sia strozzinaggio, servizi pubblici che funzionino. Chiedono che lo Stato faccia il suo mestiere invece di ostacolare sistematicamente chi produce, commercia, serve. Sono milioni di italiani che nessuno rappresenta - e che alle ultime elezioni, in larga parte, non sono andati a votare.
Per quale ragione le forze di centro secondo lei non riescono a intercettarli?
Perché parlano la lingua sbagliata nei luoghi sbagliati. Le forze di centro si raccontano nei convegni, nelle presentazioni di libri, nelle interviste a testate che ormai raggiungono una cerchia sempre più ristretta. Vengono usate parole come “liberalizzazioni”, “concorrenza”, “merito” in senso puramente astratto, senza mai atterrare sui bisogni concreti delle persone. L'artigiano che attende otto mesi un'autorizzazione comunale ha bisogno di sapere dove intendiamo tagliare la spesa pubblica improduttiva, come pensiamo di garantire servizi adeguati e come intendiamo ridimensionare le lobby di potere - balneari, tassisti, notai - che tengono questo Paese inchiodato a decenni fa. Va poi detto con chiarezza: l'esperienza del Terzo Polo ha bruciato tutta la credibilità conquistata con il risultato delle Politiche del 2022. C'è chi ha scelto di abbandonare il progetto di una vera alternativa ai due poli per garantirsi qualche seggio nel Campo Largo accanto a Giuseppe Conte. Il danno reputazionale è grave e chi intende operare in quello spazio deve fare i conti con quell'eredità, rifiutarla esplicitamente e dimostrarlo con i fatti e non con la solita retorica.
Lei è considerato vicino a Matteo Hallissey, presidente di Radicali Italiani e Più Europa. Crede che possa emergere una nuova generazione di dirigenti capace di rinnovare profondamente quest'area politica?
Eviterei di evocare categorie logore che riportano a stagioni politiche ormai archiviate. Bisogna superare idee inadeguate, metodi esauriti, contenuti che non parlano più al Paese reale e non gli individui. Conosco Matteo Hallissey fin dalle prime fasi del suo impegno: ne apprezzo la dinamicità, il coraggio e la prospettiva di voler costruire attorno alle sue battaglie una classe dirigente di qualità. Le Politiche del 2027 saranno un banco di prova decisivo: la nostra capacità di fare sintesi tra la dirigenza attuale e quella emergente determinerà la nostra capacità di rappresentanza.
Ha costruito “L'Alternativa C'è” ed è entrato in Consiglio Comunale con il 6,38%. Cosa ha imparato da questa campagna elettorale?
Ho imparato che le persone ti ascoltano quando percepiscono che stai rischiando qualcosa di reale e personale. Quando sei sul marciapiede ogni giorno, quando entri nelle contraddizioni e nelle ferite del territorio, quando dici cose scomode a chi avrebbe il potere di farti del male, quando hai rinunciato a qualcosa per coerenza, le persone se ne accorgono. È una dimensione che nessuno spin doctor può simulare. E quando se ne accorgono, scelgono di stare con te - non per le promesse, ma per le battaglie che sei disposto a sostenere fino in fondo. I programmi lunghi non li legge più nessuno. Un'agenda concentrata su tre o quattro priorità precise, misurabili, portate avanti con onestà intellettuale e rigore, costruisce un legame autentico con la propria base. Bisogna avere il coraggio di portare avanti quelle battaglie nell'interesse collettivo, sapendo che lungo la strada i nemici si moltiplicheranno. Non scendere mai a compromessi è la condizione necessaria per restare credibili. Ho compreso, infine, che l'astensionismo non è necessariamente distacco. Chi non vota non ha smesso di avere opinioni. Semmai ha smesso di credere che il proprio voto possa cambiare qualcosa. La vera sfida è tornare a dar una speranza a chi ha ormai mollato. E questo si costruisce solo sul territorio, con presenza costante, coerenza nel tempo e la disponibilità a fare le cose meno visibili della politica: i Consigli Comunali fino a tarda sera, le assemblee nei quartieri, gli incontri coi comitati nelle periferie, il controllo puntuale di ogni delibera. Studio, passione e molto tempo sottratto al lavoro e agli affetti.
Boldrin entra a Venezia, lei a Prato, molti altri nelle istituzioni locali. C'è spazio per costruire qualcosa insieme - con Calenda, Marattin e altri - che parli a quell'Italia produttiva e non rappresentata anche a livello nazionale?
Lo spazio c'è. E aggiungo che il momento è adesso o non ci sarà per i prossimi dieci anni. Se non lo faremo noi, lo farà qualche versione aggiornata del populismo — che sa usare il linguaggio giusto senza avere la sostanza giusta. Se si continuerà a disperdere energie in conflitti personali, individualismi e veti incrociati, la frammentazione sarà inevitabile. I rapporti personali tra Calenda, Marattin e Boldrin non mi interessano: voglio che sia la politica a guidare i processi. È davvero troppo pretendere questo da chi ha responsabilità di guida a livello nazionale? Se invece sapremo definire un metodo politico chiaro, un perimetro valoriale condiviso e un'agenda di dieci punti concreta, sono convinto che gli elettori disposti a premiare questa proposta saranno molti — e migliaia le persone pronte a impegnarsi sui territori.