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8 aprile 2025

Sentenza per l'omicidio di Giulia Cecchettin: ok la legge, ma come si fa a dire che da Turetta non ci sia stata crudeltà con 75 coltellate?

  • di Giulia Sorrentino Giulia Sorrentino

8 aprile 2025

La Corte d’Assise di Venezia condanna Filippo Turetta all’ergastolo senza attenuanti, ma nelle motivazioni della sentenza si legge che “le 75 coltellate non sono, di per sé, segno di crudeltà”. Un passaggio che lascia interdetti: la stessa sentenza descrive Turetta come lucido, razionale, pienamente consapevole prima, durante e dopo il delitto. E allora la domanda è inevitabile: se non c’è raptus, se c’è pianificazione, se c’è volontà di colpire per 20 lunghissimi minuti, cosa serve ancora per parlare apertamente di crudeltà?
Sentenza per l'omicidio di Giulia Cecchettin: ok la legge, ma come si fa a dire che da Turetta non ci sia stata crudeltà con 75 coltellate?

Filippo Turetta è stato condannato all’ergastolo, senza attenuanti. La Corte d’Assise di Venezia lo ha scritto nero su bianco il 3 dicembre 2024, e ora ha depositato le motivazioni: 80 pagine in cui si spiega perché l’assassino di Giulia Cecchettin debba passare il resto della vita in carcere. Nessuna giustificazione, nessuna attenuante generica. Il gesto è stato “efferato”, i motivi “vili e spregevoli”, il contesto segnato da “arcaica sopraffazione” e da “intolleranza per la libertà di autodeterminazione” di Giulia, una giovane donna che aveva solo deciso di essere libera. Fin qui, tutto torna. Ma poi, nel cuore della sentenza, compare una frase che fa rabbrividire: “Le 75 coltellate non sono, di per sé, un segno di crudeltà”.

È in questo passaggio che si apre una crepa gigantesca. Secondo i giudici, non ci sarebbe la prova che Turetta abbia voluto “infliggere sofferenze gratuite” a Giulia. L’intento sadico, dicono, non è dimostrabile. Certo, perché è consuetudine infierire fino all’esalazione dell’ultimo respiro (o anche dopo esso) con un numero spropositato di pugnalate. Anzi, “non è a tal fine valorizzabile, di per sé, il numero di coltellate inferte”, perché secondo il collegio sarebbero “conseguenza dell'inesperienza e della inabilità”. Beh, in effetti Filippo ci poteva pensare un po’ prima e allenarsi, non so, su qualche animale. Come se dare coltellate fosse uno sport con cui prendere le misure. Inesperienza. Inabilità. Come se uccidere fosse una questione tecnica, e colpire settantacinque volte fosse il risultato di una goffaggine.

Filippo Turetta durante il processo
Filippo Turetta durante il processo

Il problema è che nella stessa sentenza, qualche riga più su, si legge che Turetta, dopo l’omicidio, era “lucido e razionale”. Che ha scelto “con cura” il luogo in cui abbandonare il cadavere. Che ha parlato con i genitori in carcere, consapevole di quello che stava facendo, e che ha “taciuto e mentito” agli inquirenti. La volontà di nascondere il corpo, scrivono i giudici, era “chiara e innegabile”. L’occultamento, “accurato”. Il comportamento, “freddo e calcolato”. E allora, se l’imputato era consapevole, cosciente, in pieno controllo delle sue azioni, come si può sostenere che settantacinque coltellate non siano atroci? Se si è consci di ciò che si sta commettendo allora per banale deduzione non se ne dovrebbe capire anche l'entità e la portata? Lui non era in preda a un raptus, non era mentalmente instabile, non era incapace di intendere o di volere. Era lucido. Eppure, colpiva. Quindi sì, nonostante la legge ci dica che non è stato crudele, è difficile o impossibile per un non tecnico trovare altre parole per descrivere un comportamento simile, perché manca l’appiglio logico (e umano) al di là di quello legale che evidentemente, stando a quanto ci dicono gli addetti ai lavori, c'è o potrebbe esserci.

https://mowmag.com/?nl=1

Noi ne avevamo parlato con la nota criminologa Roberta Bruzzone, che su MOW si era espressa così: “Il fatto che non sia stata riconosciuta l'aggravante della crudeltà non mi sorprende, perché il numero di coltellate e l’efferatezza dell'omicidio purtroppo non sono sufficienti per contestarla. La crudeltà è un’aggravante molto scivolosa, che può essere contestata in situazioni diverse rispetto a quella che riguarda il caso di Giulia Cecchettin”.

L’aggressione è durata venti minuti. Un tempo lunghissimo. E mentre Giulia cercava di difendersi, Turetta insisteva. Fendeva, affondava, tornava a colpire. Le autopsie dicono che la ragazza ha avuto il tempo di percepire la propria fine. Eppure, secondo i giudici, “manca la prova che l’aver prolungato l’angoscia della vittima sia atto fine a sé stesso”. Ma davvero serve una prova scritta per dire che settantacinque coltellate, inflitte a una persona che tenta di salvarsi, siano l’espressione concreta di una volontà di annientamento? Quanti colpi servono, esattamente, per definire un omicidio crudele? Ottanta? Novanta? O si deve aspettare che l’assassino lasci anche una nota a margine in cui ammette di aver voluto la sua sofferenza? Questo non è solo un delitto. È un atto di violenza consapevole e spropositata. E non riconoscerne la crudeltà significa aprire una zona grigia. Chi uccide con lucidità e metodo non è meno crudele. È solo più pericoloso. E raccontarlo in modo ambiguo è un lusso che non possiamo più permetterci.

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