Una storia di amicizia e di vongole. Sigfrido Ranucci ha dato fiducia a Valter Lavitola, il mandante dell’attentato fatto con amore ai suoi danni. Cenavano spesso al Cefalù, il ristorante di Lavitola a Monteverde, quartiere di Roma. Lì passavano – lo stiamo scoprendo in questi giorni – un po’ tutti i big dell’informazione italiana. Si parlava di politica e non solo: “Mi ha dato alcune dritte sul carbon credit, su cui volevo investire”, ha detto Lavitola dell’amico, che a Report aveva anche fatto un’inchiesta proprio sul tema. Affari da “1,3 miliardi di euro”. Su MOW ci stiamo lavorando e abbiamo contattato per primi il socio dell’ex faccendiere in Zimbabwe, Benjamin Chimutengo, che ci ha confermato la mole del business e dell’ambizione degli investitori. La pista che porta in Africa è la più interessante per comprendere il caso dell'estate. Ranucci è la vittima, Lavitola il mandante. E il mandante avrebbe affidato l’incarico a Clesio Gomes Tavares, il “figlioccio” del ristoratore, destinatario dell’affetto (senza bomba) e direttore generale di una società in Camerun, la Future Awaits. Il settore è ancora quello: carbon credit. Le domande ce le siamo fatte e le risposte le stiamo trovando: chi altro c'è dietro, a tirare la rete degli affari milionari di cui aveva accennato Lavitola? Quante altre società? E amministrate da chi? Insomma: dove portano i soldi? Nel nostro ultimo articolo vi abbiamo spiegato i collegamenti tra il numero 1 e il numero 2 di Urban Vision, società italiana di comunicazione e media, specializzata nella gestione di grandi impianti pubblicitari e digitali negli spazi urbani, da poco inserita nel mercato del carbon credit. I vertici della società sono Gianluca De Marchi e Fabio Mazzoni, i quali erano in contatto con il socio di Lavitola in Zimbabwe, l'uomo messo a capo di due società che si occupano di carbon credit in Africa e che, sempre secondo il suo racconto, avrebbe avviato per conto di Valter Lavitola: monsieur Chimutengo. Ci sono alcune società in mezzo, tra Urban Vision e le imprese africane: Neutralia, il cui capitale è intestato 50 e 50 a De Marchi e Mazzoni, e che si occupa di rendere le aziende "carbon neutral", e Afro Carbon Solutions, legata a proprio a una delle due Future Awaits riconducibili a Lavitola, quella in Zimbabwe. È quindi arrivato il momento di spiegare bene cosa sono i carbon credit, il loro funzionamento, la loro validità come strumento finanziario e gli effetti reali, positivi e negativi sul territorio; e capire sono davvero remunerativi.
Cosa sono i carbon credit?
Un credito di carbonio, o carbon credit, è un titolo negoziabile che corrisponde a una tonnellata di anidride carbonica (CO2) o di gas serra equivalenti non emessa o rimossa dall'atmosfera. Parliamo, per definizione, di uno strumento economico nato per contrastare il cambiamento climatico, consentendo alle aziende di compensare le proprie emissioni inevitabili finanziando progetti ambientali. I crediti, certificati da governi o organismi indipendenti, consentono, per esempio, di trasferire il diritto di “usare” determinati risultati climatici (come parte dei propri obiettivi di riduzione delle emissioni) da un'entità che ha generato emissioni evitate a un eventuale acquirente. Possono essere generati da una varietà di attività che evitano le emissioni di gas serra o migliorano la rimozione del carbonio, come progetti legati alle energie rinnovabili o al contrasto della deforestazione. L'acquirente di un credito di carbonio può quindi "ritirarlo" per contare le emissioni evitate o le rimozioni migliorate verso un obiettivo di mitigazione dei cambiamenti climatici o come contributo agli sforzi di mitigazione globali.
La crescita del business
I progetti di compensazione del carbonio sono diffusi in tutto il mondo ma, negli ultimi tempi, hanno subito una discreta impennata in tutta l'Africa. I governi e le società li pubblicizzano come una soluzione vantaggiosa per l'azione per il clima e lo sviluppo economico. Ma chi ne beneficia veramente? Il continente africano produce circa il 14% dell'offerta volontaria globale di questi crediti, con oltre 300 milioni di crediti emessi. Secondo alcune stime rappresentano un'opportunità da 50 a 100 miliardi di dollari entro il 2030, focalizzata su progetti di conservazione della natura, energia e riforestazione. Organizzazioni come la Africa Carbon Markets Initiative lavorano per espandere i crediti ad alta integrità e migliorare la trasparenza. Nazioni come il Kenya hanno invece introdotto limiti alle esportazioni di crediti per proteggere gli obiettivi climatici nazionali e prevenire la vendita eccessiva ai sensi dell'Accordo di Parigi. Il Sudafrica applica una tassa sul carbonio che consente alle aziende locali di utilizzare crediti di compensazione per ridurre la propria esposizione fiscale. Il problema evidenziato da molti osservatori (tra cui Milena Gabanelli, che al carbon credit ha dedicato un Data Room) temono che i mercati permettano ai grandi inquinatori globali di continuare a emettere gas serra compensando le emissioni senza ridurle alla fonte, trasferendo a volte restrizioni onerose sulle comunità locali.
Le truffe sull'Iva
Anche in Italia sfruttando le lacune dei sistemi di controllo, il mercato dei certificati di emissione è stato al centro di diverse indagini per frodi iva e manipolazione dei crediti. Come riportato da Il Sole 24 Ore, i casi sono molteplici. La Guardia di Finanza di Milano ha per esempio individuato un’associazione a delinquere finalizzata a reati fiscali con ramificazioni in Paesi europei: il meccanismo consisteva nell’acquistare certificati di emissione da società estere in regime di esenzione iva e nel rivenderli attraverso società "cartiera" (imprese costituite per fare da facciata di operazioni commerciali e produrre documenti fiscali); a quel punto, l'impresa cuscinetto incassava l'iva dell'acquirente finale senza versarla, mentre i destinatari ultimi dei certificati di emissione poteva comunque scaricare l'imposta. Sono le cosiddette truffe carosello. Secondo gli inquirenti, riporta ancora Il Sole, la frode avrebbe generato fatture per operazioni inesistenti per quasi 2 miliardi di euro e un’evasione iva stimata in circa 500 milioni di euro. Un’altra indagine della Guardia di Finanza di Milano ha riguardato un’associazione a delinquere transnazionale, riconducibile a un'organizzazione con vertice franco-israeliano, accusata di una frode fiscale di circa 650 milioni di euro attraverso il commercio online di certificati di carbon trading e l’emissione e l’utilizzo di fatture fittizie per 3,5 miliardi di euro. Come sottolinea Il Sole 24 Ore, il sistema è favorito anche dalla facilità di accesso alle piattaforme europee di negoziazione, alle quali gli operatori possono accedere con la semplice iscrizione ai registri e l’indicazione di un conto di corrispondenza, potendo così movimentare ingenti volumi di quote e denaro. Un ulteriore caso riguarda infine l’ex Ilva: la Procura di Taranto ha emesso dieci avvisi di garanzia nei confronti di altrettanti dirigenti della precedente gestione, ipotizzando la truffa ai danni dello Stato per una presunta manipolazione del piano di monitoraggio e rendicontazione delle emissioni di Co2, finalizzata a ottenere per il 2023 una maggiore assegnazione gratuita di quote di emissione rispetto a quelle effettivamente maturate.
L’ingresso di Urban Vision nel carbon credit
Perché il collegamento con l'affaire Lavitola sembrerebbero essere loro. L’ingresso dei vertici di Urban Vision nel mercato dei carbon credit è piuttosto recente: da quanto ci risulta, dal 2024, quando parteciparono alla COP29, la conferenza delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico, tenutasi a Baku, in Azerbaigian. L'intervento di Urban Vision nel settore passa da Neutralia, società distinta ma partecipata al 50% da Gianluca De Marchi e Fabio Mazzoni. Nata nel 2020 ma operativa dal marzo 2022, Neutralia si occupa inizialmente di misurazione, riduzione e compensazione delle emissioni di Co2. Successivamente, la società avvia un “percorso imprenditoriale” nello sviluppo di progetti legati ai carbon credit in Africa, attraverso iniziative e veicoli societari locali. È lo stesso Mazzoni ad ammetterlo, precisando che i contratti sono stati risolti nella primavera del 2026. I rapporti con l’ambiente africano legato ai carbon credit risultano inoltre precedenti alla cena dell’ottobre 2025 con Lavitola: Mazzoni e Chimutengo (oltre a Giuseppe Lavitola, figlio di Valter) erano insieme già alla COP29, nel novembre 2024.
Lavitola e i carbon credit
Lavitola, invece, si sarebbe avvicinato al business africano partendo da interessi diversi, legati soprattutto alla caccia, ai safari e all’acquisto di terreni agricoli in Zimbabwe. Secondo il suo socio Benjamin Chimutengo, fu proprio parlando di caccia che nacquero i primi contatti, ma l’interesse si spostò poi verso il più redditizio mercato dei carbon credit. Un passaggio forse non definitivo: nel 2025 Lavitola ottenne infatti un permesso per un safari in Zimbabwe, con la caccia prevista di un elefante, un leopardo e un leone maschi, oltre a un elefante bonus.
Il lato oscuro dei carbon credit
Il problema inizia quando i crediti vengono utilizzati come compensazioni, nel momento in cui le società o i Paesi li acquistano per giustificare l'inquinamento continuo altrove. Invece di ridurre le proprie emissioni, le aziende possono acquistare crediti e affermare di essere "carbon neutral" pur bruciando combustibili fossili. Questa pratica ha portato a crescenti preoccupazioni sul fatto che la compensazione del carbonio, piuttosto che essere uno strumento per una vera azione per il clima, stia diventando un modo per gli inquinatori di ritardare o evitare riduzioni reali. C’è poi un altro lato oscuro. Il mercato del carbonio non è una singola entità ma un sistema frammentato e complesso. Diversi tipi di mercati del carbonio operano con regole e impatti distinti. Alcuni consentono alle aziende di acquistare crediti per compensare le loro emissioni, mentre altri permettono ai Paesi di scambiare riduzioni delle emissioni su larga scala per un risarcimento finanziario. Ci sono anche sistemi di cap-and-trade in cui le aziende acquistano permessi di inquinamento con l'impegno a ridurre gradualmente le emissioni nel tempo. Un rapporto del 2023 di SourceMaterial ha rilevato che molti crediti di carbonio negoziati sui mercati volontari fanno poco per ridurre le emissioni di gas serra. Un'indagine di Unearthed e SourceMaterial ha rilevato l'esistenza di quasi 250 progetti in cui i broker hanno rivenduto i crediti ad almeno tre volte il prezzo di acquisto. La scarsa trasparenza del mercato fa sì che i consumatori, convinti di compensare le proprie emissioni, destinino spesso la maggior parte dei pagamenti a società che non contribuiscono alla lotta al cambiamento climatico. Il mercato comunque resta in forte espansione e colossi del commercio di materie prime come Vitol, Glencore e Trafigura hanno aperto desk di trading di carbonio. Gli intermediari traggono profitto, mentre le comunità vedono poco ritorno finanziario. In alcuni casi, i progetti hanno persino sfollato le popolazioni locali o limitato l'accesso alla terra e alle risorse. Insomma, sul campo ci sono tante ombre che non passano affatto inosservate.
Dalla bomba ai crediti di carbonio. Vecchi nomi già noti in Italia e nuovi investitori. Legami stretti in Africa con cordate dalla portata milionaria. Follow the money: la moneta però si pesa in Co2.