Nel titolo l’abbiamo messo alla fine e tra parentesi. Ma è esattamente il punto da cui vale la pena partire per raccontare tutto quello che si sta rincorrendo in queste ore sul delitto di Garlasco dopo l’anticipazione secondo cui il DNA rinvenuto sulle unghie (due dita non della stessa mano) di Chiara Poggi è compatibile con quello della linea maschile della famiglia Sempio e, quindi, probabilmente di Andrea Sempio(l'unico che frequentava casa Poggi). Quale è la paradossale verità? Semplice: l’unica persona di buon senso che ha speso parole quasi di solidarietà, oltre che di totale e agghiacciante (per molti che fanno il suo stesso mestiere) competenza giuridica è stata la legale di Alberto Stasi, Giada Bocellari che, in una intervista – netta, lucida, pulita - al Corriere della Sera se ne è uscita così: “è vero che gli indizi su Andrea Sempio sono più pesanti di quelli sul Alberto Stasi, ma senza prove andrebbe assolto”.
Nel caso Garlasco, infatti, ogni dettaglio è destinato ormai da diciotto anni a mutare i confini di una storia che è diventata isteria collettiva e svendita mediatica del’artefatto umano e Andrea Sempio (tirato inizialmente n ballo da un misterioso agricoltore mai identificato, il famoso coniglio bianco dalle orecchie lunghe di Lovati?) è improvvisamente passato da nome laterale a figura centrale dell’inchiesta. Centrale e che probabilmente c’entra pure. Però, in mezzo all’improvvisa impennata di ricostruzioni, indiscrezioni e sospetti, resta un fatto semplice. Un fatto umano. Un fatto dimenticato con troppa leggerezza: Sempio è un indagato, non un colpevole, e la rapidità con cui una parte dei giornalisti e degli opinionisti che da anni ormai dicono tutto e il contrario di tutto a seconda di come tira il vento e dell’opinione pubblica si sono lanciati a tratteggiarlo come un nuovo “mostro” dopo la notizia del DNA, restituisce il lato più fragile – e più pericoloso – del rapporto tra giustizia e narrazione. Oltre a risultare sospaetta. I processi mediatici esistono, ma ricordarsi che sono, appunto, qualcosa che deve comunque sempre restare svincolato dalle dinamiche del mero show è fondamentale. E c’è da stare ai fatti, oltre che da andare secondo ordine.
Il perito nominato dal gip, la genetista forense Denise Albani, depositerà la relazione completa il 5 dicembre. Finora esistono solo anticipazioni parziali, tabelle dense di numeri e nessuna conclusione definitiva. Ma un punto sembra già essersi consolidato: “il DNA estratto da ciò che resta sotto le unghie di Chiara Poggi è parziale, misto, degradato”, ma non così inutilizzabile come ritenuto anni fa da una perizia commissionata dalla famiglia Poggi. È un dato che pesa, certo, ma non il sigillo di una verità. Anche perché, come abbiamo già spiegato, è un dato che processualmente risulterebbe debolissimo. Le difese lo ripetono, i periti lo ribadiscono: “non identifica una singola persona”.
Contestualmente, però, è chiaro pure che la Procura di Pavia vede in quel profilo genetico il tassello decisivo per ricollegare una serie di elementi che in questi mesi sono stati rimessi in fila: l’impronta 33 che, secondo gli inquirenti, coinciderebbe con il palmo destro di Sempio; le tre telefonate “mute” alla casa Poggi nei giorni in cui Chiara era sola; le incongruenze dello scontrino di Vigevano, consegnato un anno dopo e considerato dalla Procura un potenziale falso alibi; perfino la rilettura in 3D della scena del crimine e la datazione della morte ipotizzata dall’anatomopatologa Cristina Cattaneo. Fino alle indagini parallele della Procura di Brescia sull’archiviazione del 2017 e sul flusso anomalo di telefonate tra Sempio e la polizia giudiziaria. Solo che adesso, almeno a sentire le spifferate di qualche ospite fisso dei salotti TV, s’è arrivati a parlare anche di molto altro, a cominciare da una sua “ossessione verso Alberto Stasi” emersa in una serie di appunti che gli sono stati sequestrati in casa, passando per le sue preferenze sessuali e i contenuti trovati nei suoi dispositivi informatici, fino, addirittura, al tracciamento di un profilo psicologico (così in TV e senza documentare nulla) che riferirebbe di una persona totalmente sola e disturbata. Insomma, tutta roba più o meno buttata là, che oggi sembra servire più a costruire la narrazione di un “mostro” che ad accertare ciò che davvero ci si dovrebbe chiedere: Andrea Sempio c’entra veramente qualcosa con l’omicidio di Chiara Poggi? E, soprattutto, Andrea Sempio, laddove c’entrasse qualcosa, che ruolo ha avuto e insieme a chi era? Invece gli stessi che oggi sembrano affannarsi a descrivere “il mostro” sono gli stessi che in passato si sono affannati a divulgare la falsa indiscrezione secondo cui nella BPA dei RIS di Cagliari s’è messo nero su bianco che l’assassino di Chiara Poggi è stato uno solo. Ce l’eravamo già chiesto una volta, ora ce lo chiediamo ancora di più: non sarà che Andrea Sempio è prossimo a diventare il nuovo Alberto Stasi?
A complicare ulteriormente il quadro di quelle che per ora sono solo narrazioni è arrivata ora anche l’indiscrezione più pesante: gli inquirenti ritengono di avere individuato un possibile movente, un elemento personale e delicato, che appartiene alla sfera più intima e che verrà svelato solo a ridosso dell’ormai più che probabile richiesta di rinvio a giudizio (attesa a settimane, anche se c’è tempo fino a ottobre). Ecco, in questo scenario, una voce – forse la più prudente e la più lucida – arriva appunto da un fronte che nessuno si aspettava: la difesa di Alberto Stasi. L’avvocato Giada Bocellari, che da anni sostiene l’innocenza dell’ex fidanzato di Chiara, non si lascia trascinare dall’enfasi. E meno che mai dall’isteria morbosa. “Sono pur sempre indizi – dice – Ma senza prove si va assolti”. Lo ha detto nella stessa intervista in cui fa un altro passaggio che vale un titolo e che, forse, racchiude la vera chiave sugli sviluppi dell’inchiesta della procura di Pavia: “non si esclude che sulla scena del crimine possano essere passate più persone”. Insomma, c’è una possibilità investigativa ancora aperta e è quella che, provando a guardare tutto con un occhio minimamente oggettivo, è l’unica realmente credibile. Anche se è la più pericolosa. E anche se, come s’è lasciato sibillinamente sfuggire l’ex maresciallo dell’Arma, Francesco Marchetto, “farà male a più famiglie”. Una sfumatura che, se inserita nel quadro di un DNA misto e degradato, considerando anche le parole del genetista Francesco De Stefano – secondo cui sotto quelle unghie potrebbero esserci tracce di più individui e non va scartato nemmeno un contatto indiretto – apre interrogativi che non possono essere liquidati con un “il mostro è Sempio”.
Se è vero che ci sono “plurimi indizi” e che, come molti sostengono, si è già ricostruito un movente credibile, che ci sono i margini per collocare Sempio sulla scena del crimine, e che si sono colmate quasi tutte le lacune rimaste per diciotto anni, ci sarà tempo per scoprirlo. Gli scarti in avanti, però, sono solo ossessione. E mancanza di umanità. Oltre che scarso rispetto per inquirenti che hanno bisogno di lavorare e che, forse, hanno in mano molto, ma davvero molto di più, di quello che si può raccontare e stanno solo cercando di capire – forse anche lottando contro qualcuno – se e come trasformarlo in atti giudiziari. Ad oggi, quello che è assolutamente certo è solo che quanto raccolto basterebbe già a aprire la strada alla revisione della condanna di Stasi. Eppure questa pare essere un’ipotesi ancora remota. Forse perché indagare per omicidio “in concorso” adesso è funzionale (anche allo stesso Stasi)? E’ inutile negare che la sensazione diffusa è che manchi ancora qualcosa. Che la verità potrebbe non sapersi mai. Che il quadro non sia completo. Che, nelle pieghe della scena del crimine (e pure in quella delle successive indagini), possano essersi mossi più attori di quanto si sia voluto ammettere finora. “La giustizia - proprio come ha detto l’avvocato Giada Bocellari nell’intervista al Corriere della Sera - non può permettersi scorciatoie”. E nemmeno pause televisive e tempi da talkshow.