La simpatia, per essere uno che fa stand-up, non basta. La risata è il mezzo, non il fine. In quello spazio ci sono la politica, la destra e la sinistra, l’America di Trump e la Russia di Putin, il genocidio a Gaza e le vecchie ideologie che non funzionano più. Questo almeno è lo spazio che si vuole prendere Filippo Giardina. Il 25 marzo comincia il tour nei teatri del suo nuovo spettacolo, La banalità del bene, un titolo che è il ribaltamento del saggio di Hannah Arendt. Ma l’intervista con Giardina ci è servita anche per capire a che punto è il suo percorso artistico. Giardina si guarda indietro, un po’ disilluso (sempre fedele alla “marcitudine”) rispetto alla direzione che stiamo prendendo, vede con sospetto certe posture fintamente “rivoluzionarie”. Tempo di bilanci, insomma.
In una parte del tuo spettacolo Cabaret parli di un paradosso: quando la filosofia è diventata popolare allora noi abbiamo smesso di pensare. Ribaltando questo discorso sulla comicità, se la stand-up diventasse troppo popolare smetterebbe di far ridere?
Ovviamente sì. Il linguaggio comico prima era appannaggio di poche persone, poi è arrivato il mondo del web, poi sono arrivati i politici, poi è arrivato Marco Travaglio e i giornalisti che vogliono fare i simpatici. Io coltivo un’idea, non so se sia più una convinzione o una speranza, ovvero che c'è una differenza fra essere comico e fare il simpatico. Diciamo che tanti fanno i simpatici oggi.
E tu invece in cosa superi la simpatia?
Con “marcitudine”, sofferenza e solitudine. Tutte prerogative secondo me dei comici. La comicità nasce dal guardare le cose da un punto di vista diverso. Le persone timide, gli insicuri, quelli che non sono mai i primi della classe sono coloro che vivono la vita da spettatori. C'è un allenamento di tutta la vita ad avere questa prospettiva, non è che uno si debba sforzare tanto: è riportare quello che hai vissuto. Quello che ti rende un emarginato nella vita, sul palco ti rende divertente. Quanta poesia!
Eh sì, davvero. Non so che effetto ti fa leggere i comunicati stampa. Nel tuo ci sono questi aggettivi: dissacrante, acuto, tagliente e addirittura una definizione come “detonatore di pensiero critico”.
Al di là di tutto la cosa a cui tengo di più è il fatto che ci perdo molto tempo. Ecco, io lavoro moltissimo e secondo me, almeno mi piace pensarla così, ho un occhio attento. Ho ascoltato l'intervista a Pintus che raccontava che lui si fissa la data, prende i suoi appunti, due settimane prima del debutto si chiude e tira fuori lo spettacolo, e poi va in scena. Io non lo farei mai. Per lo spettacolo che debutterà a marzo io ho cominciato a scrivere mesi prima. Sono andato a provare nei localetti davanti a persone che non mi conoscevano, per evitare l'effetto fan dove la gente ride a prescindere. Sono pazzo per il mio lavoro.
Dove li hai trovati questi posti?
È pieno di gente che non mi conosce. Partecipo a open mic organizzati da altri dove magari nemmeno vengo annunciato, qualcuno mi conosce, qualcuno no, a qualcuno starò sul caz*o pure. Questa in effetti è una cosa che ormai succede raramente con i tour, se paghi il biglietto è difficile che vieni per odiarmi.
La banalità del bene è il ribaltamento del titolo del saggio di Hannah Arendt. Nel saggio di Arendt c’è un imputato, Eichmann. Nel tuo spettacolo chi è?
Lì c'è un imputato che dava spiegazioni come: rispondevo solo al telefono, organizzavo i viaggi per i treni, poi che cosa facessero lo sapevo e non lo sapevo. Procedure asettiche. E ribaltandolo, oggi mi sembra che stiamo vivendo un po' la stessa cosa, dove si fa questo presunto bene nella comunicazione, dove tutti si preoccupano sempre di cercare di dire la cosa giusta, di uscirne bene, di promuoversi, di farsi vedere sensibili, attenti al mondo, interessati di tutto, a Gaza, al surriscaldamento globale. Ma sembra lo stesso approccio procedurale di prima. Come dire: si deve far così, io lo faccio, senza nemmeno capire effettivamente perché si stia facendo qualcosa, se abbia senso o no.
Tutto fatto via social.
Un ecosistema come quello della comunicazione di oggi, dove tutti viviamo una sorta di costrizione all'autopromozione, è chiaro che devi venderti bene. Sai che devi ottenere un risultato. È come se tutti vivessero costantemente il primo incontro con una persona che si vogliono portare a letto.
Quindi parlerai del genocidio a Gaza nel tuo spettacolo? In Cabaret ti eri limitato a una battuta.
C'è un mondo prima e un mondo post. Aggiungiamoci poi la pandemia, il ritiro degli americani dall'Afghanistan, la guerra in Ucraina. Sono anni in cui è cambiato tutto. Concentrarsi su una singola tragedia, una singola guerra, secondo me farebbe perdere un po' di vista la trasformazione antropologica che stiamo vivendo. Io credevo che l'Onu avesse senso, ci credevo davvero. Credevo che il diritto internazionale fosse un valore, che noi fossimo dalla parte giusta del mondo. Insomma, credevo in un mondo che in realtà esisteva solo nella mia testa. E quindi lo spettacolo, più che concentrarsi sulla singola tragedia, è un po' una riflessione su come è cambiato il mio modo di vedere il mondo. È come quando ti rendi conto di qualcosa e dici: ma cavolo, io non l'avrei mai pensato questo. Come se stessi vivendo il finale de I soliti sospetti. Lo spettacolo è una riflessione mia su tutte le cose che ho pensato di sbagliato negli anni.
Una grande disillusione. Ti senti ancora nel mezzo tra Stati Uniti e Russia, senza punti di riferimento né dall'una né dall'altra parte?
Assolutamente. Io sono nato in una famiglia di comunisti. Io mi sono sempre definito un comunista, specialmente da giovane, o almeno una persona spontaneamente di sinistra. Non ho mai condiviso valori come Dio, patria, famiglia. Dopo la guerra in Ucraina c’è stato un bel risveglio. Rendermi conto di Alessandro Barbero, che è una voce che ha accompagnato le mie giornate, credo di aver ascoltato qualsiasi cosa abbia detto; rendermi conto che quando parla di questioni legate all'attualità faccio fatica a considerarlo un punto di riferimento… È un intellettuale che seguo e col quale ho condiviso dei pensieri. Ma ora non lo so. Quindi più che disillusione è la sensazione di un bambino che ha sempre dato qualcosa per scontato. Piano piano inizi ad affrontare la vita che va avanti e devi capire come relazionarti di fronte a persone che non sono quelle che hai sempre pensato che fossero.
Gli intellettuali chi sono oggi?
Si sono trasformati tantissimo. In Cabaret, sempre nei ragionamenti esagerati e paradossali, facevo l'esempio della persona di cultura. È stato prodotto troppo ormai, l'idea un po' nozionistica che abbiamo avuto per anni delle figure degli intellettuali deve lasciare spazio a figure ibride, giovani che partiranno dal fatto che non potranno passare 25 anni della vita a studiare Marx. Magari diranno: sì, filosoficamente è interessante, ma politicamente forse non funziona.
Davvero ha senso fare un passaggio così drastico?
Forse sarà l'unico modo per andare avanti. Sennò rimaniamo incastrati nelle vecchie dicotomie. Quando dico che mi sento a cavallo fra Stati Uniti e Russia parlo di questo. Quello che ha funzionato prima non funziona più. Poi possiamo far finta di continuare a crederci oppure con fatica svegliarci e dire ok, cosa si può fare adesso? Potrei parlare degli Stati Uniti d'Europa, ma forse gli americani nemmeno ce lo permetterebbero.
E che prospettiva c’è quindi?
Un sedicenne che cresce su TikTok in Belgio magari vivrà come un ragazzino italiano o tedesco quella tragedia culturale da cui creare un sentimento di identità europea. Non dobbiamo avere complessi di superiorità. Rimettere al centro le cose importanti, con tutte le contraddizioni, con tutte le difficoltà che vivono tante persone. Invece sembra sempre che noi siamo il peggio del peggio, lo schifo.
Se una parte di mondo gode di un privilegio non significa che questo sia il migliore dei mondi possibili per chiunque.
La dichiarazione universale dei diritti dell'uomo - oggi che il mondo ne mette in dubbio il valore - rimane la cosa da cui ripartire. Putin e Trump, Russia e America, il sistema cinese: vale tutto. Sì, il privilegio è naturalmente da persona di sinistra. Anche io ho sempre vissuto questo perverso piacere dell'autoflagellazione intellettuale, del prendermi colpe sempre e comunque. Però il mondo sta esplodendo. E mentre noi ci continuiamo a domandare se la nostra vita causa problemi a qualcun altro il mondo è in guerra. In questo momento c'è, come diceva Papa Francesco, una guerra mondiale a pezzi.
In Cabaret hai parlato del 2001 di Genova come di una lotta contro qualcosa di praticamente inesorabile. 25 anni dopo quei fatti come le vedi le lotte che vengono portate in piazza?
Quando la gente si riunisce e protesta a me fa piacere sempre. È una forma positiva di partecipazione, specialmente in un'epoca in cui non va a votare più nessuno. Però chiedersi pure per cosa si lotta è fondamentale. La piazza porta sempre con sé aspirazioni idealistiche, non necessariamente concrete. Però vedere una piazza in cui magari i ragazzi dicono “vogliamo diventare europei” mi farebbe molto più piacere di vedere una piazza dove si va a combattere il capitalismo, che è un sistema imperfetto, sono d'accordo, ha mille contraddizioni: ma ce l'abbiamo un'alternativa? Le Brigate Rosse nacquero proprio a partire dalla prospettiva che questo mondo non piaceva, alternative non è che ne avessero, ma intanto sbaragliavano tutto.
Chissà cosa direbbe il vecchio te al te di oggi.
Mi divertirei molto a parlare col vecchio me, perché poi in fin dei conti la differenza è sempre fra quello che uno pensa e ciò che uno vive. Quindi il vecchio me non so cosa direbbe, ma il me di adesso chiederebbe: tu che vita fai? Quali sono le tue aspirazioni? Tu vivi veramente così pieno da questo senso di bene che provi per il mondo, o è solo una cosa di facciata per staccare un pochino in più? Questo è il momento storico dove chiunque si dovrebbe guardare allo specchio.
Guardarsi allo specchio per vedere cosa?
Vediamo Israele e quello che sta facendo a Gaza, per esempio. C'è stato il trend in cui tutti parlavano di genocidio, poi la gente ha ricominciato a vivere. Ma là tuttora c’è un paese che solo teoricamente è una democrazia, perché ormai di fatto è uno stato teocratico pure Israele, che sta facendo uno sterminio senza che nessuno dica niente. La soluzione qual è allora: Iran, Russia, Cina, Hamas? Fratello mio, se credi quello abbiamo un altro problema. Interrompere il massacro dei palestinesi è il primo passo. E poi però dovremmo capire: ma che mondo vogliamo?
Tu vai ancora a votare?
Alle prossime elezioni veramente non saprei chi cavolo votare. La cosa innovativa che secondo me servirebbe in politica è lanciare qualche persona non carismatica. Questo sarebbe un cambio di tendenza. Se tutti vendono scarpe da ginnastica, allora vendiamo mocassini. Proviamo a portare una persona che non urla mai, che sia pacata e non sia un bullo o una bulla, perché noi ci stiamo abituando. Questo secondo me è esacerbato dai social. Sono tutte persone che blastano la gente, che è una cosa brutta, violenta.
Una guida noiosa, quindi.
Sì, ma che almeno provi a dire qualcosa di sensato. Quanto sarebbe rivoluzionario un personaggio del genere. Vogliamo cambiare le cose? Facciamolo davvero, cambiamo paradigma. C'è da rimboccarsi le maniche proprio a livello cognitivo, senza sposare acriticamente teorie che la storia dovrebbe aver giudicato.
Ancora uno come Draghi?
Ma Draghi è comunque l'espressione di un sistema economico. Io credo sempre che la politica in qualche modo debba avere un contributo dal basso. Visto che il sistema democratico si basa sul concetto di delega, io vorrei delegare le scelte a una persona con la quale andrei volentieri a cena. I comici io li divido tra quelli che se ci vai a cena ti fanno lo show e quelli con i quali vuoi parlare. La politica ormai è fatta da comici che fanno lo show, che stanno lì a parlare tre ore da soli. È l'effetto Ceccherini. Ecco, Ceccherini quando fa le interviste è incontenibile. Io vorrei invece persone più calme.
Non so quanti sostenitori troverai con questa idea.
Mi fa ridere perché secondo me le lotte culturali uno le dovrebbe fare pure con gli spettacoli. E io continuo a complicarmi la vita sempre con quello che dico, mentre tanti ormai assumendo posizioni molto comode fanno i finti rivoluzionari con la gente che dice loro bravi.
In Cabaret avevi usato un’immagine: chi si lamenta e non fa un caz*o.
Ma anche perché fare qualcosa vuol dire cercare di dare il proprio piccolo contributo per non far peggiorare le cose. Io faccio il comico satirico, provo a fare uno spettacolo che faccia ridere e che magari non dica banalità. In ogni settore ci sarebbe qualcosa da fare meglio. Se l'obiettivo delle persone di oggi è il risultato invece che il percorso, quello lo puoi ottenere pure se simuli.
Alla Bastoni.
Io seguo il calcio da sempre, non sono un gran tifoso, sono della Roma, ma di base non me ne frega un caz*o. Però vedere la Juventus vittima, per uno che è nato negli anni in cui la Juve era al centro di tutto, è strano. Ma è molto divertente vederli indignati. Viviamo nell'epoca in cui persino la Juve viene derubata.
In Behind the Joke citi Stanley Kubrick, un intellettuale che curava molto la comunicazione dei suoi film. Il marketing diremmo oggi.
La cosa che ho sempre apprezzato di lui è che ci metteva anni a fare i film. È il famoso lavoro di cui sopra, che dicevamo proprio all'inizio. Io apprezzo la gente che si fissa con le cose. E questo mi ha causato tanti problemi con tanti altri comici, perché io parlo sempre come se tutti stessero in fissa, invece molti no, molti lo fanno come hobby. Io invece sono più viscerale, apprezzo le passioni vere nelle persone. Oggi invece ci piace raccontare di avere una passione reale.
Kubrick sapeva comunicare a tanti tipi di pubblico diversi. È anche una tua aspirazione, giusto? Nel documentario parli di stratificazione del tuo linguaggio.
Rispetto alla fatica e a quello che ho investito nel il mio lavoro io ho ottenuto poco. Quindi bravo comunicatore direi proprio di no. Mi sono sempre sforzato, ma non sono stato bravo. Io penso di essere il comico che ha parlato più di questioni di genere nella comicità da 15 anni a questa parte e c'è ancora chi mi dà del maschilista. Quindi no, non sono stato bravo a comunicare.
Giorgio Montanini è uno di quelli che ti ha accusato di aver usato la stand-up per fama.
Guardiamo gli spettacoli. Vediamo gli spettacoli e vediamo chi fa cose coerenti con quello che dicevo io a Satiriasi. Se qualcuno riesce a farmi vedere un solo monologo mio dove ho cercato un consenso facile dirà che ha ragione. In bocca al lupo nel cercarlo.
L’avresti guardato Pucci a Sanremo?
Sì, quello l'avrei guardato, maledetti! E io sarei stato felicissimo perché l'Italia della Meloni deve avere Pucci a Sanremo. Era proprio tutto giusto. Invece i soliti lagna lagna del web hanno creato questo casino. Non ha rinunciato Pucci, gli avranno detto, supposizione mia, Andrea, non è il caso che partecipi, di' che non te la senti.
Una presidente che dice: magari gli si poteva chiedere di non parlare di politica. Proprio la fine del pensiero per un comico che fa satira.
Sì, ma dov'è il pensiero? Esiste un programma satirico oggi in televisione? Da quanti anni non c'è la satira in tv? Sparare su Giorgia Meloni, metaforicamente, mi è semplicissimo. Non condivido nulla di quello che è e di quello che dice. Ma dall'altra parte chi abbiamo? Chi sono stati i punti di riferimento negli ultimi anni dell'altra parte? Dovrei andare a fare un monologo in mezzo a Di Battista e Travaglio, che si sono riscoperti negli ultimi tempi persone di sinistra? Se io avessi 20 anni di meno e facessi quello che faccio mi sarei preso 2-3 colleghi che stimo e sarei andato per strada a Sanremo, in un angolo, davanti a 5 persone, ripreso da un telefonino. Satira dalla strada a Sanremo.
Sanremo forse è la banalità del bene?
Sì, ma è pure una platea enorme. Pucci è il comico più lontano da me che possa esistere. Però il fatto che non ci siano stati comici a Sanremo se non Lillo o Frassica, quel mondo surreale che è abbastanza rassicurante per tutti, è una sconfitta per i comici. Meglio Pucci che dice le sue trivialità fascistoidi, almeno il giorno dopo le criticavamo e si creava un dibattito.