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Ma che problemi avete se dire “tentato omicidio” al posto di femminicidio vi suona meno grave? Sulla donna che si prostituiva caduta dal balcone per fuggire dal marito

  • di Riccardo Canaletti Riccardo Canaletti

14 gennaio 2026

Ma che problemi avete se dire “tentato omicidio” al posto di femminicidio vi suona meno grave? Sulla donna che si prostituiva caduta dal balcone per fuggire dal marito
Un uomo ha cercato di uccidere sua moglie a colpi di forbici e coltello dopo aver scoperto che lei si prostituiva. La donna si è gettata dal balcone per fuggire dal marito, che poi ha chiamato i soccorsi e si è costituito. Ma dal giudice per le indagini preliminari arriva un ordinanza che incredibilmente diventa notizia: invece di parlare di femminicidio, si accusa l’uomo di “tentato omicidio”. Ma come siamo messi se accusare una persona di aver cercato di ammazzare un altro essere umano non ci sembra abbastanza?

di Riccardo Canaletti Riccardo Canaletti

Se sarà o no femminicidio, categoria eccentrica che è entrata nel nostro codice penale grazie al dibattito pubblico, anzi, grazie ai trend, è già un tema. Ma è ancora di più un tema il fatto che si facciano smorfie a sentire che un uomo viene accusato di tentato omicidio (e cioè omicidio nel caso in cui la donna fosse morta) invece che di tentato femminicidio. Come se il tentato omicidio (ed eventuale omicidio) non fosse un crimine sufficientemente grave. Come se il femminicidio fosse più grave in sé. 

Una donna si è lanciata dal balcone per fuggire dal marito che l’ha aggredita dopo aver scoperto, riporta La Stampa, che lei si prostituiva. Per il gip “al momento non risulta in alcun modo che la lite da cui è scaturita l’aggressione fosse determinata dall’odio discriminatorio nei confronti della moglie o da un’ossessiva volontà di controllo o dominio”. Cioè non saremmo di fronte a un femminicidio. A un tentato omicidio però sì. 

La storia è semplice: un sessantacinquenne di Ventimiglia ha aggredito a colpi di forbici e coltello la moglie di quarantaquattro anni, brasiliana, che è poi caduta dal balcone cercando di scappare dal marito. Il giudice delle indagini preliminari Massimiliano Botti, dopo tre ore di camera di consiglio, nell’ordinanza scrive così: “Appare dubbio che l’esercizio della prostituzione da parte della vittima costituisca espressione di una libertà individuale, tenuto conto che in costanza del rapporto matrimoniale, i coniugi sono tenuti ad obblighi di rispetto e fedeltà reciproci”. 

In altre parole, l’uomo non ha cercato di uccidere una donna in quanto donna, ma sua moglie in quanto puttana. 

Non uso il termine a caso. Fateci l’orecchio mentre immaginate un sessantacinquenne che cerca di ammazzare la moglie più giovane e straniera dopo aver scoperto che si prostituiva. Dobbiamo immaginarci un dialogo con parole di questo tenore. Dobbiamo immaginarci la volgarità di quanto accaduto. 

Una lite, la rabbia cieca, il famoso raptus (altro termine proibito nel nuovo vocabolario femminista). Non un uomo che vuole tarpare le ali alla moglie, ma un uomo che scopre di essere stato tradito, di aver sposato una donna che vende sesso eccetera eccetera. E che poi, quando lei cade, chiama i soccorsi e confessa tutto. 

Una donna che ha violato un patto (il matrimonio) con un lavoro considerato, purtroppo o per fortuna ma è un dato di fatto, ancora ignobile e immorale. Un lavoro di cui vergognarsi.

Ora, se credete che queste ragioni in qualche modo giustifichino un gesto del genere, abbiamo un problema serio. Non solo tutto questo non giustifica il marito. Ma diventa anche qualcosa di cui discutere. L’accettabilità sociale della prostituzione, il tema del “tradimento” (anche se questo potrebbe configurarsi come caso particolare) nel matrimonio, la monogamia. Questioni care al progressismo.  

E tutto questo senza dover pensare che parlare di tentato omicidio sia un modo per assolvere il sessantacinquenne che ha cercato di ammazzare sua moglie. Ce la possiamo fare? 

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